Antimafia da riflessione

Giovanni Impastato, intervistato da Paolo Di Giannantonio del TG1, parlando dell’utilizzo “improprio” delle parole di Peppino sulla bellezza ha anche detto “nell’ultimo periodo sull’antimafia si specula, c’è gente che ci si è arricchita, che ci ha fatto carriera”.
In effetti nell’ultimo periodo, complici gli arresti di personaggi come Rosy Canale e Caterina Girasole,pur nella loro diversità, vale la pena fermarsi a fare una riflessione. E vale la pena farla perché oramai la mafia è diventata un fenomeno di marketing puro. Un vero e proprio prodotto consumistico. Fioriscono i film,fiction con al centro il crimine organizzato, partendo dal concetto che il silenzio uccide più della mafia stessa.
Ci si esalta sulla raffigurazione grottesca o comunque ironica che si da la fenomeno. Sicuramente prendere in giro il boss e renderlo più simile a noi, con le stesse nostre difficoltà a capire come funziona un telecomando è un modo per “esorcizzare” la mafia. L’unica cosa è che il telecomando “vero” ha fatto esplodere 500 kg. di tritolo.
E’ anche vero che negli Stati Uniti un film come “Terapia e pallottole” con Robert De Niro ha ridicolizzato i boss italo americani e la serie “Sopranos” ha dato una visione della vita quotidiana di una famiglia appartenente alla malavita organizzata. Non tralasciando mai di inserire la parte più violenta del fenomeno per non far dimenticare di cosa si parla.
D’altra parte con il concetto di ironizzare e di svilire le mafie si sono prodotti gadget sulle famiglie mafiose, magliette con “I love mafia”, accendini con i volti dei componenti della boss della Magliana. E si vendono tour turistici per far conoscere i luoghi dove si nascondevano i latitanti e il giro culmina con il cibo del boss.
E , in questi giorni, si riscopre, come fosse una novità o che per un periodo non fosse successo, che i boss gli affari li fanno seduti intorno ad un tavolo mentre mangiano prelibatezze. Perpetuando nell’immaginario la figura del boss alla Al Capone mentre la mafia vera si è trasformata in legale ed è entrata nei gangli più vitali della nostra società.
E mentre leggiamo tutto questo, guardiamo il boss seduto in salotto, la sostanza vera del fenomeno si perde in tanti rivoli e il confine tra ciò che è bene o male si perde.
Grazie anche a chi scrive di preti che girano con la macchina con il lampeggiante gridando allo scandalo e non sa che quella macchina non è dello Stato ma è privata e il lampeggiante è “il sostitutivo” di una scorta!
E chi scrive deve decidere da che parte stare perché sia un film che uno spot sono un’operazione commerciale o sono un’operazione culturale. E se una frase non può essere usata da una società consumistica forse lo stesso vale per un film. E se c’è distinzione qualcuno me la spiega? E non ditemi che il film è educativo e lo spot no….o vale il nome di chi ha firmato l’uno o l’altro?