Prato dove l’ottocento industriale non è mai passato

Per tentare di capire Prato e le sue fabbriche dormitorio, i cinesi e gli italiani, i grandi marchi del fashion e i capannoni dove l’Ottocento non sembra mai essere passato, si doveva essere qui, al Macrolotto1 ieri sera. Davanti alla “Confezione Teresa” dove sette operai sono arsi vivi. Perché almeno duemila cinesi, si sono riuniti per piangere i loro morti. Cinque uomini e due donne ancora senza nome, anche se loro, i cinesi, sanno tutto di quegli sventurati bruciati tra pezze e pareti di cartone. Volevano dirli ad alta voce quei nomi, ma la polizia glielo ha vietato. Ci sono le indagini. E allora loro hanno affisso le foto di quegli sventurati. E sotto quelle gigantografie di volti giovani, hanno disegnato cuori e altre figure con i lumini, mentre un gruppo di donne con addosso gli abiti tradizionali, intonava strazianti nenie buddiste. Solo il pianto urlato di una ragazza supera il coro funebre. “Mia sorella Huan è morta nell’incendio”. Ogni cinese ha in mano una torcia, tutti ascoltano il breve discorso del rappresentante della comunità. “Dobbiamo trasformare il dolore in forza per riorganizzare autonomamente le nostre imprese”. La folla è muta, le parole sono gravi, serie, impegnative e annullano ogni barriera sociale. Tace il povero cristo che non ha niente, tace il “lao ban”, il padrone. “Dobbiamo osservare con rigore le leggi locali e i regolamenti eliminando ogni rischio per la scurezza dei lavoratori, avviando le nostre aziende verso la regolarizzazione”. E’ una sfida enorme e doppia lanciata al “sistema” cinese e alla sua unica religione, l’arricchimento a tutti i costi, ma anche alle istituzioni italiane che hanno permesso l’espandersi di questo regime di schiavitù e di disprezzo di ogni regola. L’obiettivo è ambizioso: “Noi cinesi immigrati desideriamo integrarci nella comunità italiana e insieme agli italiani creare una società più armoniosa a Prato”. Da oggi può iniziare un nuovo cammino, una parte dei cinesi ha messo le sue carte sul tavolo. Altri, mentre i loro connazionali piangono i morti, sono ancora a capo chino sui telai, chiusi nei capannoni. Il sistema non si ferma, davanti ai cancelli ci sono furgoni che vengono da un’altra Chinatown, quella di San Giuseppe Vesuviano, Napoli, e caricano jeans, giacconi, maglie alla moda, merce che già da questa mattina troverete sulle bancarelle dei vostri mercatini. Giri per il Macrolotto 1, sbirci tra i capannoni con i vetri oscurati, guardi le migliaia di insegne in cinese e ti chiedi perché questo cancro è nato e si è sviluppato all’interno di una delle aree più produttive d’Italia. “La vuoi la verità? – dice un imprenditore del tessile che da anni ha chiuso i battenti -, eccola: i nostri capannoni erano chiusi, finiti, i cinesi li hanno presi ed è stato un bene, altrimenti qui avresti visto solo erba alta e ruggine”. Wang Liping è un imprenditore cinese che si è totalmente integrato a Prato, oggi è il numero due della Confederazione degli artigiani. “Quando sono arrivato negli anni Novanta, qui il distretto tessile tirava, serviva manodopera e noi eravamo necessari. Ricordo che per chiedere la residenza indicai dove abitavo, era un capannone, vennero i vigili e dissero che tutto era ok. Quanto fatturo? Oggi 1,300 milioni, negli anni passati sono arrivato a superare i 2 milioni, ho quattro miei familiari e tre operai al lavoro, tutti assicurati regolarmente, pago tutte le tasse, se lavorassi come gli altri, in nero e con la gente stipata nei capannoni guadagnerei il 70% in più. Ma io voglio vivere nelle regole del vostro Paese”. Liping, che ha iniziato lavorando 14 ore al giorno, mi dà una lezione sul significato di sfruttamento. “Una parola che da noi non esiste, la traduciamo (e mi disegna un ideogramma, ndr) con graffio, una parola quasi lieve: Lavora e fai i soldi, questo pensiamo”. Ce la farete a portare nella legalità le vostre aziende, signor Liping? La risposta è sincera: “E’ difficile, agire nell’illegalità porta a guadagni altissimi, ma non serve solo il bastone, occorrono politiche serie”. L’imprenditore Liping ha subito anche le pressioni della mafia cinese. “Venivano da me e chiedevano con gentilezza 5mila euro, diecimila, dicevano che erano per i bisogni dei loro amici, mi guardavano in faccia e mi dicevano che sapevano dove vivevano i miei figli. Li cacciai, gli risposi che avrei chiamato i carabinieri”. “Qui – ci dice Claudio Bettazzi, imprenditore tessile e presidente della Cna – si è oscillati tra il finto buonismo delle giunte di sinistra e i blitz da propaganda elettorale dell’attuale giunta di destra, invece serve una politica seria. Le imprese cinesi sono una risorsa, la Cina è un mercato enorme. Riportiamo tutto nella legalità, facciamo accordi con gli imprenditori cinesi perché finanzino affitti per le case ai lavoratori. L’immagine di Prato non può essere quella di un Far West produttivo”.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 5 dicembre 2013)