Forconi: pausa ci sono le feste

Un fallimento clamoroso, altro che rivoluzione. Dovevano rivoltare l’Italia come un calzino e mandare a casa tutti i politici infamoni-traditori-assassini , e non sono riusciti a riempire neppure uno spicchio di piazza del Popolo. Erano poco più di un migliaio, una buona metà portati dai “fascisti del Terzo millennio” di Casapound. E allora, almeno per il momento, non facciamo soffrire il cervello per analizzare un fenomeno che è già sul viale del tramonto, non scomodiamo sociologi e non infastidiamo le tragedie della storia, il poujadismo o la jacquerie , per carità.
PER CAPIRE quale Italia c’era in piazza ieri basta aggrapparsi all’intramontabile bravura dei grandi padri della Commedia all’italiana, gli Steno, i Monicelli, i Risi, i Salce. Formidabili quei leader improvvisati, autonominatisi rivoluzionari della nuova Italia, nemici della Casta, ripulitori del malaffare, che per ore hanno urlato in un microfono malconcio issato su un furgoncino sbilenco. Il numero uno è lui, Danilo Calvani. Fino a un mese fa non era nessuno, o meglio, era un imprenditore fallito e inseguito da banche, creditori e Equitalia, i suoi terreni messi all’asta, ora alle calcagna ha talk show, dirette delle all news, taccuini dei giornalisti. Nei bar di Borgo Sabotino e nelle trattorie di Borgo Podgora (Latina) le tv sono sempre accese quando lui appare sullo schermo. Gli manca solo il meteo per completare i palinsesti. In piazza del Popolo, a Roma, arriva circondato da un nugolo di body guard seguito da una selva di giornalisti e telecamere. Un servizio d’ordine severissimo seleziona testate e cronisti. Intanto sul palco è l’ora dei leaderini. Parla Danilo Cipressi di Casapound e s’illuminano gli occhi del signore con basco rosso da parà della Folgore la cui figura si staglia sul palco come quella dell’onorevole Giuseppe Tritoni, Ugo Tognazzi in Vogliamo i colonnelli di Monicelli. “No al mondialismo, vogliamo la nostra sovranità monetaria. Viva l’Italia”. Applausi. È il turno di Luca Taddei, da Genova. Esordio promettente: “Ho poche idee”. E allora vai con l’invettiva contro i giornalisti: “Venduti, affanculo pezzi di merda”. La folla gradisce. “Annamoli a prenne sotto casa”. I cronisti annotano. Daniele dei presìdi di Trento ha le visioni: “Ciao popolo italiano”. .Alessio Provaroni da Roma la butta sul difficile: “Siamo grandi, stiamo facendo una rivoluzione culturale. Questi c’hanno rotto er culo, cacciamo via queste merde”. Dalla Catania di Vitaliano Brancati arriva l’avvo – cato Perna. Capello spalmato di brillantina e rivelazione sconvolgente: “L’euro era stato progettato già nel 1928”. Marxismo alla beccafico: “Bisogna dare tutti i mezzi di produzione agli imprenditori italiani”.
L’UOMO col basco da parà, ma sotto il furgone c’è un tipo vestito con mimetica da ardito del El Alamein e ha pure la faccia cattiva, non riesce a impedire che un signore si impossessi del microfono: “Fatemi parlare, io sono il popolo. Il pericolo è il governo degli Illuminati”. La folla non capisce, ma concorda e ripete il solito invito: “Annamoli a prenne sotto casa”. Annunciano l’intervento di Pietro Albanese, cinquantenne con borsello e maschera di Anonymous. La folla lo incoraggia: “Fagli er culooo”. Lui è carico: “Se i politici non capiscono passeremo ai fatti”. Suona l’inno di Mameli, “siam pronti alla morte” e “poropò ”. Ma ora tocca a lui, al contadino di Latina, Danilo Calvani. Tricolore al collo, si fa il segno della croce: “Che onore parlare al popolo italiano”. Il popolo che non c’è applaude. “Questo è un momento storico, stiamo mandando a casa questi politici mafiosi, corrotti, delinquenti. Un solo applauso a Papa Francesco”. E i ragazzi di Casapound intonano: “Francesco uno di noi”. Ma non è l’Azione cattolica. “Andiamoli a prendere casa per casa ‘sti politici fetentoni”. E Danilo dal palco fa l’attore: “Nun me tentate, nun me tentate ”. Poi continua e attacca. Napolitano (“vecchio decrepito”), le banche e “i poteri speciali dati a Equitalia” (che ancora lo cerca), i sindacati, l’euro, la Merkel. Tutto in un frullatore di concetti mal digeriti, slogan, frasi fatte, pessimi surrogati del grillismo. E adesso, che fare? All’interrogativo che tormentò Vladimir Ilic Uljanov detto Lenin, Calvani risponde all’amatriciana: “La lotta continua, i presìdi andranno avanti fino a quando questi farabutti di politici non spariranno. Ma dobbiamo mollare un po’, si avvicina il Natale. Dopo le feste, allora…”. Il capitone incombe, la rivoluzione può attendere.
(da Il Fatto Quotidiano del 19 dicembre 2013)