“Sono una persona perbene”

Adesso il senatore Antonio D’Alì, ex sottosegretario all’Interno, può pensare con serenità e tranquillità alla prossima campagna elettorale che sta preparando il suo leader Silvio Berlusconi. Se oggi, all’indomani della sentenza di prescrizione e assoluzione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, dall’interno del Pdl gli sono pervenute le congratulazioni di diversi esponenti, primo fra tutti quello del cavaliere Berlusconi, D’Alì sapeva molto bene che soprattutto c’era chi proprio all’interno del suo partito lo attendeva al varco. A Trapani viene da pensare che tra questi ci fosse l’ex sindaco Mimmo Fazio, a livello nazionale l’ex sottosegretario Cosentino che aveva mal digerito la circostanza del diverso trattamento, lui sotto processo come D’Alì si era visto escluso dalle ultime nazionali e perduta la carica si è ritrovato in cella. Pronto a chiedere la pelle di D’Alì pare vi fosse anche l’ex vice ministro Gianfranco Miccichè. Insomma una situazione tutt’altro che tranquilla, quasi che per D’Alì avesse più peso non tanto l’onorabilità ora rivendicata ma la sua “agibilità” politica. Per il resto poco importa se le reazioni alla sentenza nella politica provinciale trapanese si sono contate con il contagocce. Nessun commento dai sindaci vicini al senatore, da presidenti di consiglio e assessori, qualche consigliere comunale, scontate viene da dire sono state le parole del capogruppo Pdl a Palazzo Cavarretta, sede del Consiglio comunale di Trapani, Totò La Pica considerato che la sua attività è quella di essere segretario particolare e factotum cittadino del senatore D’Alì. Silenzi da male interpretare? Niente affatto, a Trapani vige anche in questo caso la regola che “tacere è bene parlare è male”. Non hanno detto parola anche i leader dei partiti avversari a D’Alì, tranne Sel con Massimo Candela che ha stigmatizzato l’esultanza in casa Pdl “per una sentenza che comunque conferma che i contatti tra D’Alì e settori ambigui e mafiosi ci sono stati”. E lui, il senatore D’Alì, che dice? “Sono una persona perbene” e avverte “i malintenzionati”, “mai nessuno osi più affiancare il mio nome a quello dei Messina Denaro”. In una memoria che ha consegnato al gup Francolini prima che questi si ritirasse in camera di consiglio per la sentenza, ha attribuito l’azione giudiziaria subita ad una sorta di complotto,di mezzo i magistrati che hanno scritto l’accusa, giornalisti, ha indicato nomi di collaboratori che a suo avviso si sono inventati tutto, “sono stato processato a causa di sensazioni, chiacchiere, invidie, ho subito un assedio inquisitorio”. Chissà se susciterà reazioni l frase che il senatore D’Alì ha voluto pure sottoscrivere: “tra le carte di questo processo abbiamo incontrato femminili vendette, da quella esacerbata per un matrimonio fallito a quella rabbiosa per una condanna al risarcimento della calunnia giornalistica” . Nomi e cognomi? Picci Aula, l’ex moglie e la giornalista Sandra Amurri. D’Alì se le è presa un po’ troppo pesante con loro due e con il loro essere donna che pare, si deduce, rispetto all’uomo sono per il solo fatto di essere donne capaci i essere maggiormente rancorose. E su padre Treppiedi che lo accusa? Solo oggi il senatore D’Alì , nel momento in cui il sacerdote è diventato uno dei suoi grandi accusatori, dice che si tratta di un soggetto “iperattivo, ambizioso, spregiudicato, al quale interessava la sua carriera e quella del fratello…non avere garantito una collocazione al fratello, Salvatore Treppiedi (suo ex assessore e capo di gabinetto alla provincia ndr) ha scatenato l’azione di risentimento nei miei confronti”. E Tonino D’Alì riabilita il vescovo Miccichè: “più volte ebbe a mettermi in guardi sulle quotidiane menzogne di Treppiedi”. Il dato però è quello che nessuno dei due, né il vescovo né il senatore , risultano avere mai allentato i rapporti con padre Treppiedi, se non all’esplosione dello scandalo in Curia (c’è una indagine su un ammanco dove Treppiedi è il principale indagato). Oggi poi dopo la decisione di Treppiedi di “testimoniare” nel processo D’Alì il giudizio si è fatto ancora più pesante. A Trapani, si sa, un soggetto che rende testimonianza non conquista alcun onore. Simpatico poi il riferimento di D’Alì sulla inattendibilità del teste Treppiedi, ha sbaglialo l’indicazione di un ristorante romano! Un locale dove Treppiedi ha detto di avere saputo di risvolti politici eclatanti. D’Alì ’ella memoria fa riferimento anche al “caso Linares” l’ex capo della Mobile che secondo Treppiedi, ma non solo secondo Treppiedi, il senatore in tutti i modi voleva vedere trasferito da Trapani. D’Alì nella memoria fa riferimento ad un colloquio fatto con il vice capo della Polizia Manganelli sulla riorganizzazione degli apparati investigativi in Sicilia (viene però difficile immaginare Manganelli che parla di lotta alla mafia con un indagato per mafia quale all’epoca D’Alì doveva essere): ma in effetti quella chiaccherata se davvero ci fu non fu producente, quando Manganelli istituì il gruppo investigativo per la caccia al latitante Messina Denaro, Linares ne fece parte per un breve periodo quando era capo della Mobile di Trapani, poi promosso fu…rimosso. I pm della Dda di Palermo sembrano intenzionati a proporre appello contro la sentenza, ma devono conoscere le motivazioni. Il giudice non ha accolto la loro richiesta di condanna ma ha pronunciato la prescrizione per un periodo relativo alla contestazione del reato di concorso esterno. Prescrizione che ai pm non suona come assoluzione come invece in queste ore stanno cercando di fare intendere i difensori del senatore D’Alì …e non solo loro.