Rosi Bindi alla Commissione antimafia

Non si era mai vista una Commissione parlamentare antimafia nata così male e composta peggio. Solo venticinque voti su 50, tra senatori e deputati membri, per eleggere il Presidente Rosi Bindi. I parlamentari del Pdl non hanno partecipato alla votazione, la spaccatura è figlia della lottizzazione, dicono in tanti, aggiungendo che è stato sempre così. Certo, la presidenza della Commissione (se ne cominciò a parlare nel 1948 grazie ad una proposta di Ferruccio Parri, ma solo dieci anni dopo venne eletto il primo Presidente, Paolo Rossi, Psdi) è stata sempre frutto di accordi di partito, ma quando i partiti, tutti, quelli di governo e quelli di opposizione, erano ben altra cosa. Se proprio si vuole ricordare un momento di spaccatura profonda come questo, bisogna andare con la memoria all’elezione di Tiziana Parenti (ex Pci, ex pool Mani Pulite), eletta presidente nel 1994, dopo il successo di Forza Italia. Allora la sinistra votò contro e fece finta di protestare, perché la spartizione assegnò un’altra poltrona importante, quella della Commissione stragi, all’avvocato pugliese Giovanni Pellegrino, Pds. Perché tanta tensione attorno alla poltrona che fu di uomini come Gerardo Chiaromonte e Abdon Alinovi? Perché, nonostante quello che si pensi, l’Antimafia è ancora una commissione importante. Ha gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria, può avere accesso agli atti e alle inchieste, può fare da stimolo al Parlamento per la produzione di leggi in materia di lotta alla criminalità organizzata, può fare da acceleratore, o da freno (a seconda dell’orientamento politico della maggioranza) per importanti inchieste giudiziarie. La penultima Commissione presieduta da Francesco Forgione (Rifondazione comunista), fu la prima a far approvare dal Parlamento italiano una relazione sulla ‘ndrangheta e sui suoi rapporti con la politica. C’era stato l’omicidio del vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Franco Fortugno, lo scioglimento per mafia della Asl di Locri, la strage di Duisburg, e il Parlamento fornì un utilissimo lavoro che offrì un quadro d’insieme alle successive inchieste della magistratura italiana, in Calabria e Lombardia, sui rapporti ‘ndrangheta e politica. Altra storia per la relazione dell’ultima Commissione, guidata da Beppe Pisanu (Pdl), sulle stragi e sulla trattativa Stato-mafia. “Ci fu una tacita e parziale intesa tra le parti – è in sintesi il giudizio di Pisanu – ma nella trattativa non entrarono i vertici delle istituzioni”. Come si vede un giudizio che si discosta dai risultati dell’inchiesta giudiziaria palermitana. Qual è la partita in gioco, perché le larghe intese rischiano di naufragare anche su una commissione così importante? Qui il discorso si complica, perché in ballo ci sono aspetti importanti della lotta alle organizzazioni criminali. Gli archivi di Palazzo San Macuto, infatti, sono pieni delle mappe delle cosche al Sud come al Nord, la conoscenza dei livelli “militari” delle mafie è ampia. Il lavoro ancora tutto da fare è quello che riguarda il rapporto tra organizzazioni mafiose, politica, istituzioni ed economia. Basta leggere con attenzione i nomi e i curricula politici di alcuni parlamentari della Commissione, per rendersi conto che, quando si tenterà di andare oltre le analisi generiche e di parlare di fatti concreti, le resistenze saranno enormi. Che giudizio darà l’Antimafia sulla legge per lo scioglimento dei comuni infiltrati, con deputati che hanno giudicato “imprudente” lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria, o che hanno impedito il commissariamento di un Comune infiltrato da camorra e ‘ndrangheta come Fondi, nel Lazio? Per non parlare, e questo giornale lo ha fatto ampiamente, di quei senatori e deputati che hanno più di un problema con la giustizia. Nel 1973, altri tempi e altri uomini politici, Pio La Torre si dimise da membro dell’Antimafia perché la Dc aveva nominato Giovanni Matta, un deputato siciliano già assessore all’urbanistica al Comune di Palermo ai tempi di Vito Ciancimino sindaco. La Torre costrinse gli altri membri della Commissione a dimettersi, l’organismo venne rieletto ma senza l’ingombrante presenza di Matta. Un’altra era politica. Ora il Pdl minaccia di disertare i lavori dell’Antimafia, la sua presidente Rosi Bindi è decisa ad andare avanti. Si vedrà, l’unico dato certo è che l’onorevole Bindi ha candidamente ammesso che di Cosa Nostra, camorra e ‘ndrangheta, non sa granché. Imparerà, si spera.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 23 ottobre 2013)