Quei bambini che dormono sull’asfalto di Lampedusa

Alle dieci del mattino arriva la nave a Lampedusa. E sbarca un camion carico di bare. Perché bisogna fare spazio ai morti che verranno. Gli altri cento, o forse duecento, o finanche di più, le donne, gli uomini, i bambini incastrati sotto il ventre fradicio di quel barcone naufragato a 800 metri dall’Isola dei Conigli. Perché qui non c’è posto, né per i morti, né per i vivi. L’hangar all’aeroporto dove hanno adagiato a terra, in una strana figura a forma di “L” i corpi degli annegati chiusi nei sacchi di plastica (come in una guerra, come in un Vietnam del mare), è pieno e senza impianto di refrigerazione. Bisogna portar via i morti. I vivi, poi, quelli che si sono salvati dal mare, quei 145 uomini, le sei donne e i quattro bambini, disgraziati pure loro, ma più fortunati dei compagni di viaggio che ora giacciono in fondo al mare, stanno peggio. Il ministro del-l’Interno Angelino Alfano può dire che “sull’accoglienza non accettiamo lezioni da nessuno”, ma basta andare nella campagna che ospita il centro per i migranti di Lampedusa, per capire cos’è l’inferno.
Ha ragione il prete don Stefano Nastasi, quando in chiesa, davanti alla sua gente, prima di una grande fiaccolata che attraverserà tutto il paese, sbotta e dice che “qui si discute mentre la gente muore”, e che “tutto sa di ipocrisia nelle cattedrali mediatiche”. Arriva la politica, Crocetta, il governatore, Laura Boldrini, la presidente della Camera, è arrivato Alfano e sbarcherà pure Letta. E tutto, come accade da anni, da sempre, in quest’avamposto nel Mediterraneo troppo vicino all’Africa e troppo lontano dall’Europa, resterà come prima. Vai al centro di accoglienza e trovi il cancello chiuso. Un cumulo di sacchi neri ai lati della strada. I giornalisti fuori. E Giusi Nicolini, la sindaca ambientalista dell’isola, imbufalita al telefono. “Ma cazzo quella spazzatura, portatela via subito”. Un’arrampicata su per la collina apre gli occhi sull’inferno. Materassi di spugna lerci e umidi buttati a terra, sono decine, su quei giacigli dormono uomini e donne. Qualcuno ha cercato riparo costruendosi una capanna con quelle orribili coperte sintetiche giallo oro che vengono usate nei soccorsi dei naufraghi. Altri dormono in un vecchio camion di surgelati parcheggiato nel cortile. Tanti i bambini, alcuni giocano con due cani randagi. Dietro i cancelli sbarrati, militari in mimetica e poliziotti col manganello.
UNA PRIGIONE. Dove neppure il sindaco può entrare. Giusi si attacca al cellulare e chiama il Viminale: “È uno schifo, ma cosa vogliamo nascondere? Facciamo entrare tv e giornali, tutto deve essere trasparente, il mondo intero deve sapere”. Da Roma nessuno la ascolta. Entra Lucia Borsellino, giovane assessore regionale alla sanità. Esce ed è sconvolta. “Assessore, ha visto le in quali condizioni igieniche vive questa gente?”. Una smorfia. “Autorizzerebbe mai dal punto di vista sanitario una cosa del genere”. Occhi rossi di lacrime: “No, mai”. Alle sei di sera, quando le autorità sono andate via, ci informano che possiamo entrare nel Centro. Non si possono fare interviste e bisogna essere accompagnati da un addetto. Il cielo è scuro e minaccia pioggia per la notte. Chiediamo spiegazioni su quei materassi all’aria aperta. “È una loro scelta, hanno deciso liberamente di dormire all’aperto. Ci sono questioni di etnie diverse, e loro preferiscono così”. Cono Galipò è il capo della coop che gestisce la struttura, questa è la sua risposta. Il Centro, ci dice, attualmente ospita 1055 persone, in gran parte siriani fuggiti dalla guerra, la capienza è di 300, “ma i posti letto sono di più, abbiamo trasformato in dormitori uffici e sale riunioni”.
CI AFFACCIAMO in uno di questi dormitori, i letti sono uno accanto all’altro, le finestre troppo piccole per assicurare un giusto ricambio del-l’aria. Dormire all’aperto forse è una tragica necessità. Nel cortile si vedono due capannoni chiusi. Vennero bruciati nel settembre del 2011 durante una rivolta di migranti, sono passati due anni e sono ancora in quelle condizioni. Vivono così i disperati del Mediterraneo che sognano l’Europa , “li porteranno in uno dei Cara (i centri per richiedenti asilo) sparsi per la Sicilia”, ci dice il sindaco Nicolini. Un girovagare infinito tra indifferenza e burocrazie. I materassi lerci, i militari in mimetica e i cancelli sbarrati, sono le immagini che si sono fissate negli occhi dei 155 scampati al naufragio. È la loro Europa. I loro compagni di viaggio non hanno visto neppure questo. “I corpi sono distesi sulla sabbia in fondo al mare. Altri ammassati nella stiva. Tante donne. Due li ho visti che erano abbracciati, forse nessuno vuole morire da solo”. È il racconto di Simone D’Ippolito, il primo sub che si è calato giù, dove la speranza è morta.
(Da Il Fatto Quotidiano del 05/10/2013.)