Ciampi, Napolitano e il ruolo dell’informazione

(Elia Fiorillo)

“Onorevoli Parlamentari, la garanzia del pluralismo e dell’imparzialità dell’informazione costituisce strumento essenziale per la realizzazione di una democrazia compiuta; si tratta di una necessità avvertita dalle forze politiche, dal mondo della cultura, dalla società civile”. Correva l’anno 2002 e con queste parole il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, inviava al Parlamento il suo primo e unico messaggio. A leggere quel testo, a più di dieci anni dalla sua stesura, sembra che d’allora poco sia cambiato. Proprio perché “l’informazione è potere” per lo Stato, come sosteneva il più famoso dei capi dell’F.B.I., J.Edgar Hoover, per converso più il cittadino brancola nel buio, più addomesticabile è se non ha strumenti per informarsi e liberasi dall’ignoranza.

Nel suo primo mandato da presidente della Repubblica Giorgio Napolitano non ha sentito il bisogno di utilizzare l’art. 87 della Costituzione, nella parte che conferisce al capo dello Stato il potere d’inviare messaggi alle Camere. Anche i suoi predecessori, tranne Francesco Cossiga, sono stati parchi nell’indirizzare comunicazioni al Parlamento. Escluso l’ultimo di Napolitano, sono appena dieci le “riflessioni” ai parlamentari prodotte dai presidenti della Repubblica dal 1948. Non hanno creduto nell’utilità dello strumento messaggio? Il presidente Napolitano ritiene la“non felice esperienza di formali “messaggi”… senza a che ad essi seguissero, testimoniandone l’efficacia, dibattiti e iniziative, anche legislative”. A guardare però quello che sta avvenendo sulle indicazioni di Napolitano alle Camere, con le strumentalizzazioni sull’amnistia relative al caso Berlusconi e le polemiche sulle scarcerazioni di delinquenti e farabutti che andrebbero a contaminare la società civile già di per sé inguaiata, viene il dubbio che i presidenti della Repubblica hanno fatto poco uso del loro potere, appunto per evitare polemiche e strumentalizzazioni, meglio la moral suasion, meno appariscente e, quindi, meno rischiosa. L’inquilino del Quirinale, difronte alla situazione scottante del sovraffollamento carcerario, ed al pronunciamento della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ci dà un anno di tempo per ripristinare la legalità nelle carceri, fa un ragionamento articolato al Parlamento.

Perché ho citato all’inizio di questa riflessione l’atto di Ciampi sull’informazione del 2002 per introdurre le posizioni del presidente Napolitano del 2013? Perché ritengo che l’informazione ha il dovere di “porre il cittadino in condizioni di compiere le proprie valutazioni avendo presenti punti di vista e orientamenti culturali e politici differenti – sia dall’obiettività e dall’imparzialità dei dati forniti, sia infine dalla completezza, dalla correttezza e dalla continuità dell’attività di informazione erogata”. (Sentenza Corte Costituzionale n.155 del 2002). Se ciò non avviene, per interessi di parte o per altre cause, il cittadino è in balia di slogan propagandistici, emozioni fuorvianti. Spesso sceglie chi la spara più grossa, chi usa slogan di “pancia” più efficaci. E di battute ad effetto per portare “l’acqua al proprio mulino” in questi giorni ne abbiamo sentite tante.

Da “Italiani brava gente” a “torturatori” il passo è lunghissimo. Ma ci siamo arrivati. Bisogna dare atto a Marco Pannella ed al Partito Radicale per l’impegno con cui da tempo si vanno battendo per rendere le carceri civili. Lo stato di diritto non può commettere reati. Quanti parlamentari hanno utilizzato il loro diritto-dovere ispettivo per guardare cosa capitava nelle carceri italiane? Sicuramente i Radicali l’hanno fatto con continuità. Non credo che quei deputati e senatori che non vogliono minimamente ragionare sulla questione sono mai stati a visitare un carcere italiano. E, forse, non erano nemmeno in aula quando Boldrini e Grasso hanno letto il messaggio di Napolitano. C’è un problema morale, serissimo, e uno finanziario, da non sottovalutare. O l’Italia tra un anno risolve la problematica del sovraffollamento delle carceri o arriverà la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo, che significa anche risarcimento danni per i carcerati che ne faranno richiesta. Si parla di centomila euro a caso. Insomma, non basta dire di no ideologicamente, come ha fatto Matteo Renzi, al ragionamento del capo dello Stato. Bisogna indicare alternative praticabili, senza cadere nel ridicolo di proposte non realizzabili nell’immediato: “costruiamo più carceri”, come va ripetendo l’ex ministro dell’Interno Maroni.

Anche sull’immigrazione bisogna finirla di nascondersi dietro i luoghi comuni e le battaglie ideologiche. Difronte a quelle morti strazianti di donne e bambini innocenti gli slogan propagandistici sono insopportabili, immorali ed incivili.

Una volta, negli anni sessanta, la televisione italiana mise in rete un programma che divenne di successo: “Non è mai troppo tardi”, un corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta. Lo conduceva il pedagogo Alberto Manzi. Forse sarebbe il caso che la nostra televisione pubblica, al di là di certi talk show, mettesse in onda un corso di alfabetizzazione alla politica. I docenti sarebbe difficile trovarli, ma con un po’ di sforzo ci potrebbero riuscire, unitariamente, l’Ordine dei giornalisti e la Federazione della stampa.