Processo Minotauro a Torino: chiesti 730 anni di carcere

Le regole sono le stesse. Uguali in un bunker di Platì e in un bar alla moda di Torino. Stesse formule, identica gerarchia, immutabile volontà di conquistare tutti gli spazi, dall’economia alla politica. E’ la forza della ‘ndrangheta. In Calabria e in Piemonte. “La famiglia è unica perchè è inutile che a Mammola o a Condofuri non possono cantare due galli, canta un gallo qualsiasi cosa succede e si decide e tutti assieme, perché come a Cuorgnè come a tutte le parti…Che facciamo come alla Gioiosa come all’epoca facevano Mazzaferro e gli Aquino”….Così parlò un boss della ‘ndrangheta made in Piemonte per sottolineare l’importanza della famiglia “unica”. Il compare veniva intercettato nel corso dell’operazione “Minotauro”, il maxi-processo alle cosche calabresi trapiantate sotto la Mole e ai loro rapporti con il mondo della politica. Durissima la richiesta delle condanne avanzate dal procuratore di Torino Giancarlo Caselli, deprimente il quadro delle complicità istituzionali e politiche che il magistrato ha tracciato nella sua requisitoria. Tema centrale è l’indifferenza del resto d’Italia, giornali e politica compresi, sulla conquista di interi territori nel Nord del Paese da parte delle cosche calabresi. La mafia non esiste, non deve esistere. Rosario Marando, uno dei boss imputati (il suo grado nella gerarchia era quello di camorrista finalizzato), ha regalato al pm Roberto Sparagna una frase illuminante: “Dottore la ‘ndrangheta dovete considerarla acqua e non benzina”. In questa frase c’è tutta la filosofia dell’organizzazione. Capace, dice Caselli, “di ibridarsi, di mimetizzarsi, di sforzarsi in ogni modo per non essere avvertita come pericolo presente. Pochi omicidi, da commettere solo quando sono indispensabili, scarsa ostentazione delle ricchezze, buoni rapporti con tutti. Perché “per espandersi i mafiosi hanno usato molto quella componente strutturale dell’associazione che possiamo definire forza relazionale, cioé la costante ricerca e costruzione di rapporti stretti con personaggi di rilievo della pubblica amministrazione della politica, del mondo degli affari e della finanza”.
Salvatore De Masi, conosciuto come Giorgio, è il capo storico del “locale” (la struttura territoriale della ‘ndrangheta) ed ha relazioni con moltissimi politici che contano in Piemonte. “Tra la fine di gennaio e la fine di febbraio 2011 – scrivono i pm – sono stati registrati contatti tra il prevenuto (De Masi) e l’Onorevole Porcino Gaetano (Idv), il Consigliere Regionale del Piemonte Boeti Antonino (Pd), l’Assessore all’Istruzione del Comune di Alpignano Tromby Carmelo (IDV) e l’Onorevole Lucà Domenico (Pd)”. Le telefonate tra il boss e l’onorevole Lucà (Pd), sono giudicate da Caselli “significative, obiettivamente sgradevoli, imbarazzanti”. Il parlamentare Pd (non rieletto), si attiva per le elezioni primarie di Torino che dovranno scegliere il candidato a sindaco del centrosinistra. Siamo nel 2011 e Piero Fassino è in corsa. Lucà: “…ascolta…ti volevo chiedere questo…tu sai che a Torino abbiamo le primarie…” De Masi: “… certo!…tu dimmi qualcosa che io mi interesso…”. Lucà: “…ecco… che io sto sostenendo Fassino.” De Masi: ” …eh beh…anch’io avrei fatto la stessa cosa…”. Lucà: “volevo chiederti se magari…perché la partita è molto dura ,…se magari hai qualche…un qualche amico a Torino…”. De Masi: “…certo!… certo che ne ho!…”. “L’onorevole Lucà – nota il procurastore Caselli – secondo copione cade dal pero…mai colto ombre su De Masi, mai avuto sospetti, mai ricevuto segnalazioni, anzi neppure mai pensato che potessero esservi infiltrazioni mafiose in Rivoli, in generale mai letto nulla, neanche nelle relazioni delle Commissioni parlamentari antimafia circa la forte presenza della ‘ndrangheta al Nord e in Piemonte, le parentele di mafia del De Masi”. E’ l’indifferenza della politica che diventa complicità. La ‘ndrangheta, come l’inchiesta Minotauro dimostra, non aveva limiti o preclusioni ideologiche nel rapporto con i politici: dal Pd al Pdl, dall’Udc all’Idv. Il 29 gennaio del 2011, De Masi incontra per un’ora l’onorevole Gaetano Porcino, bandiera torinese di Italia dei Valori. Tema della chiacchierata la candidatura di Giancarla Tenivella a sindaco di Alpignano sotto le insegne del distratto partito di Antonio Di Pietro. Durissimo il procuratore Caselli. “Tutto questo cosa significa? Una scarsissima sensibilità di gran parte del ceto politico (anche di quello che ha responsabilità di governo centrale o locale), di gran parte del ceto intellettuale e delle agenzie di formazione-informazione verso una emergenza che ha talmente attecchito nel territorio, da non poter più essere considerata una emergenza, essendo purtroppo una realtà consolidata”. Disattenzione ancora più grave, quando si parla di Torino e del Piemonte, “perché è stato proprio qui, esattamente trent’anni fa, il 26 giugno 1983, che la ‘ndrangheta ha ucciso il procuratore della Repubblica Bruno Caccia”. In Piemonte, nota Caselli, “la magistratura è stata lasciata sola e non c’è stata una generale presa di coscienza della gravità della situazione”.
Settecentotrenta anni di carcere, la richiesta della Procura per i 73 imputati, una sola assoluzione. Le pene chieste, la maggioranza per associazione a delinquere di stampo mafioso, arrivano a un massimo di 22 anni. Tra gli imputati anche Nevio Coral, ex sindaco di Leinì e suocero dell’ex assessore regionale alla Sanità, Caterina Ferrero, per il quale i magistrati hanno chiesto una condanna a 10 anni di carcere. “Coral – si dicevano tra loro boss e picciotti di ‘ndrangheta – si usa come biglietto da visita. Andiamo noi e ci salta la magistratura addosso…Coral come si presenta nelle banche…allora danno fiducia” Coral Nevio è un uomo potentissimo. Imprenditore, è stato sindaco di Leinì dal 1994 al 2005, poi consigliere comunale e assessore, Presidente di Expo 2000 spa, l’ente fiera partecipato dalla Regione Piemonte, vice presidente di Finpiemonte. Il 20 maggio del 2009 partecipa ad un vero e proprio summit con una serie di picciotti. “Ne risulta un comune programma – scrive Caselli nella sua requisitoria -, anzi una vera e propria strategia d’intervento”. Il tono della conversazione lascia pochi spazi al dubbio. Dice Coral: “Dobbiamo far sì che la gente dica, con te…ma le strade si fanno, i lavori si fanno, gli appalti vanno avanti. Questo principio puoi farlo su un gruppo che è fedele. Prendiamo uno e lo mettiamo in Comune, l’altro nel Consiglio, l’altro lo mettiamo in una Proloco…magari arriviamo che di là ci ritroviamo solo i nostri”. Amaro il commento del procuratore. “Facciamo squadra e controlliamo tutto: è la forza relazionale che controlla il territorio, con l’intreccio della forza politica di Coral e della forza intimidatrice della ‘ndrangheta. Basta l’accoppiata perché tutti capiscano. Non si potrebbe fotografare meglio il lato oscuro del pianeta mafia. Il groviglio perverso di favori scambiati, interessi comuni, collusioni, coperture e complicità”. Le stesse regole. Nel bunker di Platì come nel bar al centro dell’austera Torino.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 4 luglio 2013)