La mafia sommersa: condannato l’imprenditore Mannina

La Cassazione l’anno scorso aveva rimandato indietro alla Corte di Appello la sentenza di condanna individuando la necessità di circoscrivere meglio il reato contestato. Mannina, arrestato dalla Polizia nel 2007, era accusato di associazione mafiosa, per la Cassazione si configurava semmai il delitto di concorso esterno e quindi il processo doveva svolgersi valutando la sussistenza di quel reato. La Corte di Appello stamane ha confermato condanna e reato, associazione mafiosa, sei anni di reclusione, rivedendo soltanto il sequestro di una parte del patrimonio, che però nel frattempo ha subito confisca nell’ambito della misura di prevenzione. Scenari di commistioni quindi ampiamente confermati. Un imprenditore “potente” Vincenzo Mannina, che ha contribuito al “un rafforzamento della potenzialità operativa e intimidatrice propria dell’associazione mafiosa”, quella guidata dal super latitante Matteo Messina Denaro. È questa l’ennesima sentenza che nel giro di un decennio sono state emesse dai Tribunali sulla mafia trapanese, realtà associativa «quanto mai attuale, vitale ed operativa» a leggere anche le più recenti relazioni investigative e della magistratura. Vincenzo Mannina secondo i magistrati e adesso ad avveso anche di un collegio giudicante, ha assicurato all’organizzazione criminale «Cosa Nostra» continuità e soprattutto varietà di apporti essenziali per il raggiungimento dei suoi fini, ricevendone in cambio appoggio per l’affidamento alle sue imprese delle forniture relative ai lavori per opere da realizzare nel territorio controllato dalla famiglia mafiosa. «Mannina ha contribuito a rafforzare la presenza e la forza di quella generale metodologia intimidatrice, dal cui esercizio deriva all’organizzazione il controllo delle commesse e delle forniture». Così scrivevano i giudici nella sentenza di primo grado, adesso confermata. Cemento, ferro, materiali inerti e bituminosi, indispensabili per ogni genere di cantiere, pubblico e privato. Uomo del capo mafia di Trapani Francesco Pace, che fu posto a capo della Cupola trapanese direttamente dal latitante Messina Denaro. “Il ragioniere Poma” si faceva chiamare Pace, e intercettato Mannina veniva sentito dagli investigatori della Squadra Mobile che lo seguivano, parlare spesso di questo fantomatico “ragioniere Poma”, perché alla fine poi era sempre Pace a comparire nei luoghi in cui quel Poma dava appuntamento a Mannina. Per confondere forse le acque Vincenzo Mannina spesso si faceva vedere e si occupava di manifestazioni di beneficienza. Poche ore prima del suo arresto si era preoccupato di fare arrivare a Trapani da un’azienda palermitana un maxi uovo di cioccolata per una raccolta fondi. Durante il tragitto però la Polizia Stradale fermò i suoi mezzi che non erano autorizzati per quel trasporto “speciale”. Rischiò grosso, l’Uovo lo stesso arrivò a Trapani e lui commentando l’episodio disse che aveva rischiato di perdere quei mezzi se li avessero sequestrati, un grosso danno per l’azienda, non poteva sapere che dietro l’angolo c’erano le manette per lui e il sequestro non solo di quei tir ma di tutt’ l’impresa. Si occupava di cemento, inerti, gestiva una tra le più grande cave della costa trapanese appena sotto Erice. Mannina doveva poi acquistare per conto della mafia trapanese la Calcestruzzi Ericina, azienda confiscata, «un’operazione delicatissima e strategicamente vitale per l’associazione mafiosa, che presuppone una collocazione privilegiata all’interno della compagine criminosa…Mannina non rivestiva nel caso il ruolo di mero prestanome, ma diretto partecipe dell’elaborazione delle scelte strategiche». «Vossia mi dissi e iu … ’nsoccu dici vossia fazzu …», “lei mi disse e io faccio quello che dice lei”, così Mannina parlava con Ciccio Pace. La contropartita per lui di questo stretto rapporto era «il controllo di una larga fetta del mercato». «E’ chiaro – scrissero i giudici – siamo in presenza di un imprenditore non vittima ma colluso». E Mannina per conto di Ciccio Pace si presentò dal prefetto dell’epoca, Fulvio Sodano, per proporsi quale acquirente della Calcestruzzi Ericina che era in brutte acque, anche perché la mafia era riuscita a toglierle tutte le commesse. Mannina in questi incontri si fece accompagnare dai vertici di Confindustria, il presidente Marzio Bresciani e il direttore Francesco Bianco. Oggi è Bresciani a parlare di questo episodio e racconta che si trovò ignaro di tutto in mezzo a questa situazione, e dice che prova è la circostanza che ha mantenuto buoni rapporti col prefetto Sodano, come dire che altrove dentro Confindustria bisognerebbe trovare, se lo si vuole, le tracce di quell’affiancamento fornito a Mannina. Sodano impedì l’operazione e per la mafia divenne tanto tinto che veniva auspicato il suo trasferimento da Trapani, cosa avvenuta pochi mesi dopo, nell’estate del 2003. L’efficienza del sistema realizzato dalla cosca trapanese con il pieno contributo del Mannina si fondava su tutto questo e «sull’imposizione “ambientale” delle forniture del calcestruzzo e dei materiali inerti». La mafia non spara più, ma sa fare bene impresa usando la forza della minaccia, ma anche sfruttando precise «entrature» politiche. La politica con la mafia sommersa c’è sempre.