Il ciclone Grillo è sempre lo stesso show

Dal Veneto all’Emilia, dalla Lombardia alla Toscana passando per la Liguria, prima di toccare il traguardo finale: Roma. Centinaia di chilometri, mai una pausa, ore di comizi sempre urlati, il sudore, le corde vocali tese al massimo, tantissime mani da stringere e nomi da ricordare, per non deludere nessuno. Sonno poco. Una vita da saltafossi. E’ Beppe Grillo nel suo tour per le amministrative. Una energia invidiabile per un uomo di 64 anni. Dell’ex comico si può pensare quello che si vuole, ma l’ultima cosa da fare è liquidarlo con un giudizio sommario. Populista antipolitico, nemico della democrazia lui, fanatici adoratori del capo la gente che sempre affolla i suoi comizi-show. I partiti lo stanno demonizzando. Come Renato Rascel aspettano che passi la bufera. E sbagliano. E allora bisogna capire, con gli strumenti del cronista: indagine, osservazione e ascolto. Dopo giorni di partecipazione alla campagna dei Cinquestelle, la prima conclusione è che nel tour di Grillo non c’è un briciolo di improvvisazione. Tutto è studiato nei dettagli anche minimi, battute comprese.
IL COPIONE. E’ sempre uguale, nei piccoli paesi come nelle piazze delle grandi città. Sul palco, ore prima dell’avvento dell’ex comico, parlano i candidati. Pochi minuti prima dell’ora fissata per il comizio, da lontano spunta il camper. Alla guida il fidato e silenzioso cognato Walter, penzolanti dallo specchietto retrovisore due “Nunchaku” (attrezzi per il Kobudo, antica arte marziale giapponese), i finestrini chiusi. Il camper si ferma, la porta si apre con studiata lentezza ed esce lui, Beppe, acclamato da centinaia di sostenitori che possono finalmente toccarlo, chiedergli un autografo, porgergli un bambino. Nelle performance di Grillo il contatto col corpo è essenziale. Una tecnica già sperimentata negli spettacoli dell’esordio in tv (Te la do’ io l’America e variazioni sul tema) e negli show in teatro.
IL CORPO. “Sto sudando sotto le ascelle? Vi faccio schifo?”. Alle due del pomeriggio Beppe è a Sestri Levante, giornata di sole cocente. Tantissima gente. Lui individua tra la folla il volto di una donna conosciuta tanti anni prima, scende dal palco e l’abbraccia. La folla è in visibilio. “Cazzo quanti anni, da ragazzo venivo a ballare qui da voi”. Il post di un blog si materializza in carne ed ossa.
IL DISCORSO. In quasi due ore, Grillo parla di tutto, dell’Europa e della mondializzazione, della crisi e del lavoro, dei giovani “che non hanno un cazzo e non avranno mai un cazzo” e dei “vecchi che difendono la loro pensioncina e votano per il Nano”. Attacca “Gargamella che voleva i nostri voti” e Napolitano “che si è fatto eleggere per altri sette anni e in una notte ha deciso di bruciare le telefonate con Mancino”, esalta “il lavoro meraviglioso” dei suo parlamentari, dei quali non ricorda neppure il nome. Il comizio ha sempre lo stesso schema, ripetuto per giorni e in piazze diverse, ritrasmesso in streaming, battute, pause e imprecazioni, sono studiate e sempre uguali. Incazzatura e indignazione a comando. E’ una tecnica teatrale imbattibile, e Grillo ha anni di allenamento alle spalle.
IL VITTIMISMO. “Forse dovrò scappare di notte da questo Paese”, ripete ai suoi. “Monti ha diciotto uomini di scorta e io zero, ma la vera scorta siete voi”. La gente applaude, si interroga. Pausa, di nuovo applauso e al ragazzo che a Sestri gli fa con le mani alzate “ci siamo noi”, lui risponde scettico, “belin che se succede qualcosa tu sei già a Ventimiglia”.
GIOVANI E VECCHI. A Imola, a Martellago (Veneto), a Siena, dovunque, Grillo ha parlato dei disordini di Brescia. “Ho visto un giovane aggredire un ottantenne, sanguinavano, ma il vecchio aveva picchiato di più. Ma che paese è questo? Avevamo la lotta di classe e ora abbiamo una guerra tra generazioni che non si capiscono più”. Frase efficacissima che tocca i cuori dei ragazzi e degli anziani, di chi ha poco e di chi non ha nulla. “Io voglio un’Italia che sia una comunità, come i nostri padre che ricostruirono un Paese ridotto in macerie dalla guerra tenendosi per mano, senza mai mandarsi affanculo”.
I GIORNALISTI. La vera ossessione di Grillo, “Ballarò gentaglia”, Santoro “un nemico”, Pg Battista, del Corsera, “una cosa mediocre”. Beppe profetizza: giornali e giornalisti moriranno sotto il peso del web. Molta gente nei comizi applaude convinta, altri scuotono la testa perplessi, qualcuno, tra i più fanatici, si esalta, come a Brescia, dove un nostro inviato, Franza Baragino, è stato aggredito da un bovino con la pettorina security per una domanda giudicata “del cazzo”.
CANDIDATI E FOLLE. Possono non piacere parole e slogan di Grillo, ma c’è un dato: sono parole che la gente (lavoratori, pensionati, ragazzi in cerca di un futuro, uomini e donne stanchi di una politica sporca, che nei partiti nessuno vuole più) non sente più da nessun altro leader. Tra i candidati il cronista ha conosciuto operai, tecnici, ragazzi e ragazze plurilaureati che parlano di bilanci trasparenti e partecipati, di cemento zero, di riciclo, di qualità delle città e del lavoro. Insomma gente che, in altri tempi e con partiti che non fossero ridotti a comitati d’affari, avrebbe trovato spazio, accoglienza e protagonismo. Ed è questo il vuoto che, tra un vaffa e una fatwa contro i giornalisti, Beppe Grillo sta colmando. Pericolosamente? I mesi e gli anni a venire ci daranno la risposta.
(pubblicato su Il fatto Quotidiano del 26 magio 2013)