Gli sprechi alimentari e la povertà dietro l’angolo

(di Elia Fiorillo)

Sta diventando un’immagine usuale nella sua drammaticità. Un cassonetto dell’immondizia in una delle tante strade delle nostre città e una donna o un uomo che vi fruga dentro. Con sistematicità viene divisa la “roba” che verrà riutilizzata. Non più solo oggetti o vestiario o altre cose. Anche lo scarto del cibo viene raccolto e consumato. E non solo dagli extracomunitari. La miseria non ha nazionalità, ne’ colore.

Ci sono poi le file alle mense della carità, sia laiche che cattoliche. Diventano sempre più lunghe e sempre più chi le compone non ha le peculiarità che nell’immaginario collettivo connota il cosiddetto indigente. La società si sta bipolarizzando anche sul piano del ceto sociale. Ricchi e poveri, senza più quella provvidenziale fascia di mezzo che faceva da spartiacque. Un argine naturale ampio dove ci trovavi dentro un po’ di tutto. Dall’operaio, all’impiegato, ma anche il commerciante o il coltivatore diretto. La dignità caratterizzava la loro ragion d’esistere. Tutto in parte crollato. Certo, la crisi ha fatto la sua parte, ma pesano nel blocco bipolare che si sta venendo a determinare sub-culture legate a stereotipi consumistici errati, dove la solidarietà non conta. La ragion d’esistere è il possedere, l’apparire. Tutto discende da questo binomio inscindibile e rovinoso. Bisogna darsi una regolata.

L’Istat c’informa che rispetto allo scorso anno ci sono 233 mila famiglie in difficoltà. Un più 32 per cento che deve far riflettere. Nell’anno 2012 i nuclei familiari che hanno chiesto aiuto per mangiare sono aumentati del 9 per cento, che vuol dire 3,7 milioni di persone che vengono assistite con pacchi alimentari e pasti gratuiti nelle mense. Per converso nel nostro bel paese ogni anno vengono buttati nella spazzatura 12 miliardi euro di cibo ancora buono. Ogni cittadino italiano scarta in media 42 chilogrammi di avanzi non riutilizzati o andati a male. Insomma, bruciamo un equivalente pro capite di 117 euro l’anno. Se si prende in considerazione l’intera filiera agroalimentare si raggiungono i 208 euro di puro spreco a testa. Cifre da capogiro specialmente se raffrontate con quella fetta di popolazione che diventa giorno dopo giorno più povera.

Nunzia De Girolamo, giovane ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali, ha ragione quando afferma indignata che: “Non è più tollerabile che finiscano nella spazzatura, con tutte le conseguenze ambientali immaginabili, più di 12 miliardi di euro, ovvero un valore pari a tre volte il costo dell’Imu sulla prima casa”. La sola indignazione non basta però a prendere di petto, come si usa dire, la problematica. C’è bisogno in primo luogo di procedere ad “educare per cambiare”. L’educazione alimentare va prevista a partire dalla scuola dell’obbligo. Per due ragioni. Sia a formare dall’infanzia il “consumatore” per evitare lo sciupio del cibo. Ma anche – se è vero quel detto che dice che “siamo quel che mangiamo”-, ad investire in salute. Appunto ciò che fa una corretta alimentazione.

Sempre sul piano della riduzione degli sprechi, sarebbe interessante “un patto di solidarietà” tra la Grande distribuzione ed i confezionatori per evitare, come attualmente avviene, che l’81 per cento del cibo invenduto sugli scaffali finisca a enti di smaltimento per concimare il terreno o produrre energia; l’11 per cento in mangimi o alimentazione animale. E solamente il 10 per cento è rivolto a strutture o enti caritativi. Quel dieci per cento dovrebbe essere, come minimo, moltiplicato per otto. Al di là di certi poco verosimili marchi etici che si trovano sulle confezioni alimentari, finalizzati ad attirare clienti, sarebbero più utili contrassegni anti spreco, conseguenti al “patto” di cui si ipotizzava prima. Ovviamente controllati da enti terzi nelle loro azioni anti sciupii. Tenuto conto che il 2014 sarà l’anno europeo contro lo spreco alimentare, si potrebbero cominciare a sperimentare sia i marchi anti spreco, sia la formazione alimentare nelle scuole.

C’è anche bisogno però che l’Europa rifinanzi il Programma europeo di aiuti alimentari agli indigenti che dal 1987 aiuta le associazioni di volontariato nella loro missione a favore dei più poveri. Bisogna riconoscere che l’Italia è stato il primo paese a dotarsi di una legge, la 155 del 2003, che permette il recupero di cibi cotti dalle mense scolastiche o aziendali per distribuirlo ai poveri. Ben vengano anche le iniziative dei Sindaci alleati per non sprecare cibo. Ad una condizione però, che la politica politicante non entri in campo, sarebbe un’occasione persa. Un vero sperpero.