Quei finanzieri che vendevano la merce sequestrata

Lo scenario è quello di una “banda”, una “banda in divisa”, finanzieri che secondo il giudice che li ha condannati non hanno onorato l’uniforme indossata e offeso pure il lavoro di tanti altri loro colleghi condotto in un territorio difficile come quello di Trapani. Quattro condanne, rito del patteggiamento, davanti al gup di Trapani, giudice Cavasino, hanno chiuso un primo capitolo di una storia che ha dell’incredibile: mentre in una stanza della Compagnia della Finanza di Trapani si pianificavano strategie di assalto al crimine, nella stanza a fianco altri finanzieri profittando della divisa realizzavano un mercato clandestino di quello che veniva sequestrato, ciò che era vendibile tornava così in quel mercato illegale da dove era stato portato via, solo che a rivendere la merci non erano ambulanti senza licenza, extracomunitari, ma finanzieri e loro complici. Non è una storia di poco conto, magari se letta bene ci si accorge come mai il numero di denunce da parte di commercianti a Trapani non è così alto, chissà qualcuno potrebbe essersi tirato indietro conoscendo anche i retroscena di quello che accadeva in caserma e i comportamenti di questi finanzieri. Sembrava fosse una storia di malcostume, malcostume “in divisa” ma sempre malcostume è anche se la parola malcostume non è sufficiente a descrivere questa stessa storia. Andrea Casamento, Mario Malizia e Carlo Napoli, i primi due ancora in servizio, il terzo già pensionato, sono stati condannati dal gup di Trapani rispettivamente a 11 mesi, 12 mesi e 18 mesi. Tra le pagine di questa storia frutto di un lavoro certosino di indagine condotto dalla sezione di pg della Polizia di Stato presso il Tribunale di Trapani, inchiesta coordinata dal pubblico ministero Andrea Tarondo, non ci sono solo le circostanze della “rivendita” del materiale sequestrato, abbigliamento, oggetti, cd e dvd, ma anche la richiesta di denaro ad alcuni di quei poveri disgraziati di ambulanti, costretti a pagare per non subire sequestri. Se fosse stata storia di mafia questo era da chiamare, racket, pizzo. In totale si tratta di 13 indagati, alcuni hanno scelto il patteggiamento, altri hanno già affrontato o devono affrontare l’aula del Tribunale. Il più famoso dei 13 è il maresciallo Ernesto Fiorito, attorno a lui si muoveva la “banda”, lui d’altra parte per l’incarico che ricopriva dava sicurezza di copertura, era infatti il comandante del nucleo operativo della compagnia di Trapani delle Fiamme Gialle. Il gruppo quando si muoveva andava per fiere e mercati, rastrellava merce, e poi dopo i sequestri scattava la vendita, certi del fatto che nessuno sarebbe mai andato a cercare qualcosa presso il magazzino dei reperti, perché quella merce sequestrata diventava un reperto, una prova. Trattandosi di processi di poco conto e quasi sempre con imputati soggetti, come extracomunitari, che non avevano alcun interesse a chiedere indietro la merce, e che comunque per la maggior parte dei casi si trattava di processi senza imputati in aula, il gruppo comandato da Fiorito era certo che la merce sarebbe stata destinata a restare dimenticata. Non è stato così. Una indagine di Polizia ha fatto scoprire tutto e Fiorito fu il primo ad essere arrestato mentre portava da un posto all’altro un sacco pieno di oggetti e abbigliamento sequestrato. Accadde un giorno di una estate di circa cinque anni addietro, era pedinato il maresciallo Fiorito da quando il suo nome era uscito dalle chiacchiere telefoniche “intercettate” di alcuni delinquenti locali. Quella mercanzia che portava in auto il maresciallo Ernesto Fiorito era tutta roba che veniva fuori dal magazzino dei reperti sequestrati, da dentro una caserma delle Fiamme Gialle, merce sequestrata che invece di finire al macero, o tenuta sotto chiave costituendo prova di reato, finiva invece con il tornare sul mercato clandestino. Ma non solo. La parte che riguarda il finanziere in pensione Carlo Napoli è ancora più grave. Napoli lasciata la divisa si è occupato di video giochi, quelle infernali macchinette mangiasoldi che si vedono collocate negli esercizi commerciali. Napoli promettendo giuste ricompense risulta essere stato “protetto” dai colleghi, lui poi avrebbe avuto permesso di accedere al magazzino reperti per svuotare delle monete alcuni apparecchi che erano stati sequestrati anche a soggetti diversi dallo stesso Napoli. Tra gli indagati c’è anche l’ex comandante della Compagnia, il capitano Dario Smecca che è stato condannato ad un anno. Quando l’inchiesta divenne nota il capitano Smecca, allora comandante della Compagnia, si adoperò per ricostituire il “violato” magazzino dei reperti e il relativo registro, ma compiendo errori così grossolani da essere scoperto. Un intervento pare per garantire il buon nome della Finanza, ma che se fosse andato in porto avrebbe protetto più che l’arma semmai degli indagati: “Grave – ha affermato il pm Andrea Tarondo – che in un territorio come quello di Trapani dove è alto il rischio delle estorsioni, dove la società ogni giorno fa i conti con soprusi e malcostumi, angherie e azioni criminose di diverso genere, è grave che chi dovrebbe garantire l’ordine, la sicurezza e la legalità si metta a delinquere, anche mettendosi a vendere merce sequestrata come cinture e quant’altro, ma non facevano solo questo”. Per i quattro che hanno patteggiato è scattata la sospensione della pena.