Don Mariano Agate è arrivato al capolinea

Mariano Agate, mazarese, classe 1939, stavolta al “capolinea” della vita è arrivato lui. Capo mafia indiscusso dopo avere fatto si che tanta gente arrivasse al capolinea della vita, adesso è toccato a lui, anche se le circostanze sono state diverse. Gli altri non avevano alcun presupposto per morire, come invece è toccato a lui, ucciso da un male incurabile, “gli altri” stavano bene in salute, molti erano anche giovani, e ben messi, o ancora professionisti, magistrati, poliziotti, carabinieri, giornalisti, che facevano il loro dovere, ecco questa voglia di fare bene dava fastidio a don Mariano che nella maggior parte dei casi contribuiva a fare pronunciare, quando nella maggior parte dei casi non era lui a decidere, sentenze di morte inappellabili. Da qualche settimana aveva lasciato il carcere dove scontava ergastoli don Mariano Agate, è morto da boss, intubato, e con le flebo della chemio, ma è morto da boss, di morte naturale, se si può dire nonostante la malattia, e nel suo letto.
Ciaccinu arrivau a stazione disse un giorno del novembre 1982 passeggiando per i corridoi del carcere di Trapani dando l’annuncio che era stato deciso di uccidere un magistrato della Procura, Gian Giacomo Ciaccio Montalto, ammazzato poche settimane dopo, nel gennaio del 1983. “Dici a chiddu vis tutu di bianco e ca varva che la finisce di rire minchiate” rivolto un giorno del 1988 ad un operatore tv che lo stava filmando durante un processo a Trapani, quello che non doveva dire più minchiate doveva essere Mauro Rostagno, allora giornalista a Rtc e che seguiva quel processo, quello per il delitto di un sindaco, Vito Lipari di Castelvetrano, e dove Mariano Agate era imputato. Rostagno poche settimane ancora e fu ucciso. Proprio oggi si è tenuta l’ennesima udienza del processo in corso per il suo delitto e la compagna di un boss mafioso di Campobello di Mazara, Natale L’Ala, la signora Giacoma Filippello è venuta oggi a ricordare in aula, citata come teste, che Rostagno dava tanto fastidio alla mafia. E Mariano Agate era ed è rimasto il vertice di questa mafia, e come ha lasciato scritto un pentito tra le pagine delle sue confessioni, se Agate fosse stato libero, a lui e non a Matteo Messina Denaro toccava il comando della potente mafia trapanese.
Uomo cerniera tra la mafia e la massoneria, Mariano Agate era certamente un massone, il suo nome figurava tra gli iscritti alle logge del circolo Scontrino di Trapani, quelle fondate da Pino Mandalari, il commercialista di Totò Riina, e Totò Riina da latitante era sotto la protezione di Mariano Agate, stava nella sua Mazara, convocava i summit nell’impresa di calcestruzzo di proprietà degli Agate, Mariano e suo fratello Giovan Battista. Mariano Agate il boss che negli anni 70 fonda la Stella d’Oriente una società di import ed export, doveva occuparsi di prodotti ittici e invece gestiva traffici illeciti. Primi affari il contrabbando di sigarette, poi la droga, le raffinerie di droga, gli appalti, la politica. Un continuo salire, sino ad arrivare alle stragi, a quelle del 1992 prima e poi a quelle del 1993. Lui dal carcere ha continuato a comandare la mafia, riusciva a bucare il 41 bis, aiutò i boss a gestire un maxi traffico di cocaina dalla Colombia, lui dal carcere firmò un patto con la ndragheta.
Una storia lunga, piena di sangue, di morti ammazzati, di tritolo che lui faceva partire dalla sua azienda e mandava in giro per l’Italia. Decideva delitti e stragi e poi mas cariava. Uccideva una seconda volta, una terza volta, le sue vittime. A proposito di Mauro Rostagno quando alcuni gregari gli chiesero perché fosse stato ucciso, lui rispose che “era una questione di corna” e per anni il delitto di Mauro Rostagno è stato una questione di corna, ancora oggi che si sta svolgendo il processo contro due conclamati mafiosi.

Le stragi dove furono uccisi Falcone, Borsellino, quelle di Roma, Milano e Firenze, portano la sua firma, così come le guerre di mafia più violente tra Trapani e Palermo. Oggi bisogna dire che la sua morte toglie alla Sicilia la presenza di “un gran bel pezzo di merda”.