Critiche a Napolitano

(di Elia Fiorillo)

Sembra ringiovanito Giorgio Napolitano nell’elegante abito blu a righine mentre comunica le sue decisioni dopo il confronto lampo con i partiti. Bella tempra di lottatore che ben sa quali responsabilità pendono sulle sue spalle di capo dello Stato. E, probabilmente, quella determinazione quasi ostentata nasconde una rabbia fredda sull’incapacità dei partiti di capire la drammaticità della situazione italiana. Tattiche, pretattiche, meline e magheggi interessati, tutto nell’ottica dell’interesse di parte. E il bene comune? Tutti ne parlano raccontando di volerlo perseguire, ma nessuno nell’emergenza lascia perdere il suo particolare – nobile e giusto quanto si vuole – provando a guardare all’interesse del Paese. Resta al presidente Napolitano l’invenzione di uno scenario senza precedenti per “equilibrare senza scombinare”. Un ultimo tentativo per scansare le urne. Due commissioni di saggi per dare linee chiare al governo che verrà. Il presidente non chiude la porta a Bersani, per il momento lo fa uscire di scena in modo soft. Dopo si vedrà. Beppe Grillo non si può lamentare, in un certo senso l’idea della prorogatio dell’attuale esecutivo, perseguita dal movimento Cinque stelle, si sta concretando. Silvio Berlusconi è stato sempre possibilista su un governo d’unità nazionale, anche a guida Bersani, e sa che l’iniziativa di Napolitano lì potrebbe portare. E se dovesse andare male, con lo scioglimento delle Camere, il bottino elettorale da incamerare potrebbe essere cospicuo. Monti, al di là delle delusioni venutegli dalle urne, resta ancora in sella al governo tecnico e può riflettere da una posizione di prestigio sul futuro di Scelta Civica.

Per quarantotto ore sembravano tutti apparentemente accontentati. Anche se il fuoco dello scontento bruciava sotto le dichiarazioni apparentemente concilianti dei vari leader. Poi il Pdl apre il fuoco delle perplessità e fa venir allo scoperto il dissenso, con sfumature diverse, anche degli altri partiti. Certe scadenze si avvicinano e bisogna decidere sul da farsi prima del quindici di aprile quando comincerà l’avventura, è il caso di dirlo, della sostituzione di Napolitano.

Il giorno prima dell’annuncio delle due commissioni di approfondimento voci di corridoio davano Napolitano con la penna in mano pronto a firmare le dimissioni. Sarebbe stato il nuovo capo dello Stato a districare il complicato rompicapo tutto italiano. In una situazione normale la cosa sarebbe stata pure fattibile, vista la scadenza prossima del mandato presidenziale, ma con le luci addosso dell’Europa, e non solo, un’operazione del genere sarebbe stata esiziale: sarebbe scomparsa d’amblè l’autorità morale riconosciuta dalla gente e dai livelli internazionali, con tutte le conseguenze del caso.

Nel passato dell’attuale inquilino del Quirinale casi di sottile mediazione non mancano. Tra questi il difficile ruolo di avvicinamento tra Enrico Berlinguer e Bettino Caxi ai tempi del durissimo scontro sul referendum abrogativo sulla cosiddetta “scala mobile”. E, ancora, nel 1994 Silvio Berlusconi si congratulò con lui per la dichiarazione di voto al suo primo governo, fatta a nome del Pds, in cui auspicava “una linea di confronto non distruttivo tra maggioranza e opposizione”. E quell’auspicio di quasi vent’anni addietro è quanto mai attuale.

Quello che Henry Kissinger definiva “My favourite communist”, Giorgio Napolitano, prima d’andare in pensione non potrà non provare a dare al Paese un governo che punti alle riforme possibili, come la legge elettorale, e che stoppi il circolo perverso dell’inflazione per poi provare a creare sviluppo e occupazione. Certo, non sarà facile trovare la quadra. Ma il suo obiettivo nell’indicare i saggi non era quello di perdere tempo, ma di dare uno spartito minimo alle forze politiche su cui individuare poi i personaggi più adatti a suonarlo. Come si diceva una volta: “prima i programmi eppoi gli uomini”.

Che farà adesso re Giorgio? Certo le critiche fanno male ma lui continuerà nella sua azione di moral suasion per dare al Paese un governo evitando di tornare alle urne. Appena ricevuto in tempi strettissimi il rapporto dei saggi, individuerà una personalità politica, non è escluso Bersani, a cui affidare il compito di formare il nuovo governo. Sarà il suo successore a valutare la bontà della designazione di Napolitano. La verità è che oggi tutti gli accordi passano sul nome del prossimo inquilino del Quirinale.