Anonimi come bombe

Lo scenario è quello del 1992. Un presidente della Repubblica da eleggere, un governo da formare, nuove realtà politiche che si consolidano, la lotta alla mafia che in questi mesi , in questi anni, ha conosciuto punte molte basse, i magistrati che nelle bocche di qualche politico sono diventati le cancrene da combattere, la giustizia che perde pezzi, possibilità di intervento, polemiche feroci che dividono e che colpiscono il fronte dell’antimafia. Fu così che il 23 maggio del 1992 saltò in aria un pezzo di autostrada a Palermo e fece strage di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e dei loro tre agenti di scorta, e fu cos’ che il 19 luglio 1992 la mafia, e non solo la mafia, fece il boss, colpendo Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Una stagione quella del 1992 che fu preceduta da lettere anonime che denunciavano inciuci di palazzo. Oggi le lettere anonime sono tornate, ci sono quelle che raccontano retroscena istituzionali e quelle che fanno fragore quanto quello delle bombe. La notizia è di oggi.

Un anonimo ha raccontato che la mafia, quella più potente, agli ordini del boss latitante Matteo Messina Denaro, è pronta a colpire, nel mirino uno dei magistrati delle indagini più scottanti, pm nel processo Mori, pm dell’inchiesta sulla “trattativa”, il sostituto procuratore della Dda di Palermo Nino Di Matteo. Noi siamo in grado di raccontarvi qualcosa di più di questo anonimo. Che a scriverlo è stato un mafioso di Alcamo, così si è dichiarato essere l’estensore, che le minacce non riguardano solo il pm Nino Di Matteo, ma anche i magistrati di Caltanissetta e quei magistrati che da Palermo fanno la spola con Caltanissetta per via delle inchieste in comune tra le due procure, che come bersaglio viene indicato anche Massimo Ciancimino. Insomma un anonimo dettagliato, di Ciancimino racconta la su abitudine ad andare in bici, del pm Di Matteo delle sue uscite personali , così come dei movimenti di altri magistrati. Un mafioso che per essere tale è fin troppo informato. Sembra di più la voce di qualcuno che da dentro le istituzioni può sapere, di movimenti e spostamenti dei possibili bersagli, che poi per la verità risultano non avere mai fatto mistero di ciò che fanno, non si sono mai nascosti anche alla vista dei comuni cittadini nelle loro ordinarie attività di uomini che cercano ogni tanto di respirare un poco di libertà, una certa normalità, uno spizzico di quotidianità non per forza super protetta.

Insomma sembra che a Palermo non sia difficile incontrare il pm Di Matteo che si fa una passeggiata sotto casa o ancora Ciancimino che si fa un giro in bici del circondario, e se la mafia voleva davvero colpire avrebbe potuto farlo. L’anonimo forse ha aperto gli occhi, ma indubbiamente l’effetto desiderato non era questo. Era ben altro.
Leggere una lettera scritta da un mafioso di Alcamo in perfetto italiano è un cimelio da conservare. I mafiosi di Alcamo hanno ben altri abitudini a scrivere e a parlare. Il messaggio della lettera può essere semmai un altro. Si parla di Alcamo perché oggi il mandamento mafioso di Alcamo è quello che da un punto di vista della mafia militare è il “più ricco”, nel senso che sono diversi i mafiosi alcamesi tornati in libertà, che hanno evitato le condanne più gravi e hanno scontato solo le condanne associative.

Alcamo però è la terra dove la mafia criminale qui insediata è stata quella maggiormente spietata, quella che ha preparato per esempio l’autobomba usata a Pizzolungo proprio 28 anni addietro, il 2 aprile 1985, doveva servire ad uccidere il pm Carlo Palermo e fece strazio di Barbara Rizzo e dei suoi figlioletti, Salvatore e Giuseppe, gemelli di sei anni. Un commando di Alcamo fece esplodere quell’autobomba dopo averla fatta preparare nella lattoneria di Castellammare di Gino Calabrò, uomo delle stragi del 1993, colui il quale doveva compiere l’attentato all’Olimpico di Roma che saltò all’ultimo momento, il boss che di recente ha avuto fatto il regalo di potere uscire dal 41 bis. Alcamo potrebbe essere stata indicata per fare capire che l’allarme può essere davvero serio. Ma potrebbe essere solo la citazioni di un bene informato per creare ancora di più allarmismo e paura nei magistrati destinatari della missiva. Il nome poi di Matteo Messina Denaro non può mancare per completare la scena, è il superlatitante più ricercato al momento, capo della mafia della provincia di Trapani e forse anche di alcune famiglie palermitane ed agrigentine, il custode di determinati segreti, forse colui che conserva il famoso papello di Totò Riina portato via in tutta fretta il 15 gennaio 1993 dalla villa di via Bernini Palermo dove Totò Riina si nascondeva al momento del suo arresto.

Non possiamo dire oggi se a scrivere questo anonimo è stato davvero un mafioso, se si prepara tutto quello che lì è raccontato, suona strano però che un mafioso, che la mafia, possa mandare a dire quello che vuole fare, la mafia siciliana e quella trapanese è una mafia che “sa sparare quando è il momento di sparare” e non manda mai a dire nulla. Prova ad avvicinare, questo si, ma lo fa con i suoi modi, il suo stile, che non è quello degli anonimi, quello appartiene ad altri contesti. Non minimizzare però deve essere la parola d’ordine. Perché questo anonimo ci ricorda che esistono ”menti raffinate” capaci di uccidere prima che con le azioni criminali con le parole, con i sussurri, con gli anonimi. Guardate bene quello che è successo dietro questo anonimo. Si è anche accesa la guerra tra le procure, Caltanissetta e Palermo, si è determinata una disputa su chi tra gli investigatori e gli uffici investigativi deve indagare, insomma le specialità inquirenti e investigative dell’antimafia si sono divise, e a ragionare bene sulle cose è una divisione che si trascina da tanto tempo oramai, si è prodotta anche in campagna elettorale, si è prodotto anche nei giorni di insediamento del nuovo Parlamento. Grasso, Ingroia, Messineo, Lari, le indagini sul manager di Banca Nuova che avrebbe distribuito favori ai pm e giudici, ma anche a politici eccellenti, non è che l’ultimo dei verminai che ha messo sotto cattiva luce la magistratura siciliana. Ecco l’anonimo di oggi è come se fosse esplosa una bomba, come se qualcuno fosse stato colpito, fa tremare i palazzi, manda certamente dei segnali, fa dividere, invece di unire e che lo ha scritto viene da pensare sapeva che questo sarebbe avvenuto.