Take five

“Pausa finita, rientrate nei personaggi”. Il tono del regista Guido Lombardi è perentorio, e i cinque protagonisti di “Take Five” (il film prodotto da Minerva, Figli del Bronx, Eskimo e Rai Cinema, che in questi giorni si sta girando a Napoli) obbediscono. “E che ce vo a rientrare nel personaggio, quella è stata la mia vita. La vita di un malamente rapinatore e spacciatore di droga”. Non è solo cinema, ma è la storia straordinaria di Gaetano Di Vaio, protagonista e produttore del film. Un uomo che è sprofondato negli inferi di questa città che si chiama Napoli e che sa essere dolce e violenta, madre grandissima e generosa e matrigna senza cuore che divora i suoi figli sfortunati. “La mia storia inizia un giorno di febbraio del ’68 a Piscinola, in un vicolo. Si campava con quei quattro soldi che mio padre portava a casa. Non bastavano mai. Eravamo dieci figli, dormivamo accatastati l’uno sull’altro. Casa nostra faceva schifo pure alla luce del sole che non entrava mai…”. Gaetano parla del suo Bronx e ce lo racconta con una forza poetica che ricorda la Filumena Marturano del grande Eduardo. “Avvocà e sapite chilli vasce….Nire affumicate…adddò nun ce sta luce manco a miezeiuorn…dove non c’è luce nemmeno a mezzogiorno”. “Dieci figli, io non potevo resistere, così mi scelsi la strada. Dormivo in macchina, avevo meno di quattordici anni e non ero imputabile, per questo i piccoli criminali del posto mi usavano per qualche lavoretto. Scappavo da tutto, dalla famiglia, dalla scuola, anche dai riformatori. Quanti ne ho girati! Il peggiore ad Eboli, avevo dodici anni e mi portarono in questo posto che era na specie di manicomio. Me li ricordo i pazzi. Resistetti poco, uno di loro, un ragazzo grande e grosso ma con la testa di un bambino, mi aiutò a scappare. Andai alla stazione e mi nascosi dietro un cespuglio in attesa del primo treno. Non dimenticherò mai quelle ore e i miei occhi che fissavano una finestra illuminata. Era la cucina di una casa, vedevo la famiglia riunita per la cena, ma che era il Mulino Bianco? Io una famiglia così non l’avevo mai avuta. Quando mi ripresero mi riportarono in istituto e lì mi massacrarono di botte. Per non lasciarmi segni usavano asciugamani bagnate. Avevo dodici anni, mi dovevo inginocchiare e chiedere perdono, se no erano ancora mazzate. Mi picchiavano i normali, perché e me i pazzi non mi hanno fatto mai del male. Da quel posto fuggii altre volte fino a quando, finalmente, fui rimandato a casa. Ora il mondo era mio. Era la strada, i malamente che facevano i denari, e pure io li volevo i denari. A diciassette anni il mio primo colpo, una rapina, furti d’auto, stereo, cose così. Durò poco, mi arrestarono e mi mandarono a Nisida. Mia madre mi veniva a trovare, mio padre mai, si vergognava di me, provava solo scuorno. Quando uscii decisi che mai avrei fatto una vita di stenti, il muratore, il garzone di un bar, si guadagnava poco e si faticava tanto. Ormai Piscinola, il paese, non c’era più, Secondigliano era diventata una città, a Scampia c’erano le Vele e la gente cominciava a perdersi in quel Bronx senza vie d’uscita. Aveva ragione mia madre che non ha mai voluto lasciare il suo vicolo per quei palazzoni. ‘E case popolari, mi diceva, sono la rovina dei figli. E si rovinavano i figli di Scampia, con la droga. Io volevo i denari, per questo chiesi alla camorra il permesso di lavorare in una piazza di spaccio. Facevamo l’eroina, fino a 3-4mila buste al giorno. Ero impazzito, mi facevo pure io e i soldi mi avevano dato alla testa. Quando tornavo a casa li stendevo sul letto e mi ci tuffavo dentro come un pazzo. Arrivai ad un punto che persi il controllo, avevo messo incinta la mia fidanzata, una bambina di quindici anni, non pagavo i fornitori e quelli volevano farmi la pelle. La mia fortuna fu l’arresto, Poggioreale. Un giorno venne mia madre e mi disse che mia moglie non aveva manco i soldi per comprare i biscotti al bambino. Mi sentii perso, fu a quel punto che scrissi una lettera ad un boss. Volevo mettermi a disposizione, entrare nella camorra. Piegarmi. Non so quale santo mi ha aiutato, ma quella lettera non partì mai. In carcere mi salvò un detenuto, uno che non parlava mai e stava sempre solo. Mi hai fatto una capa di chiacchiere, gli dissi per scherzare. Diventammo amici, era un commerciante finito in galera ingiustamente. Soffriva, ma mi insegnò il valore della dignità. Guagliò non ti perdere, mi diceva. E allora cominciai a fare lo scrivano per la spesa dei detenuti. Non avevo mai letto un libro e mi capitò tra le mani il Camorrista di Joe Marrazzo, e poi i libri di Peppe Lanzetta. Un grande che raccontava in un modo selvaggio proprio quelli come me. Gli scrissi una lettera dal carcere, ma lui niente, manco una risposta. Volevo conoscerlo e quando uscii gli feci le poste sotto la casa della suocera a Piscinola, il mio paese, dove lui andava ogni domenica per mangiarsi il ragù. Peppe aveva mille casini, in quel periodo aveva messo su uno spettacolo teatrale, I Figli del Bronx. Una sera, mentre stavo portando mia moglie in ospedale per partorire il mio secondo figlio, mi chiamò e mi disse Gaetà preparati che vieni e reciti con me. Ero felice, mi feci un mazzo così, la mattina vendevo i panini ai Rom in una bancarella a Scampia, la sera le prove. Peppe portava sul palco i mostri, la gente per bene ci guardava con occhio antropologico. Ero cresciuto. Trasformammo Figli del Bronx in associazione culturale e poi in casa di produzione. Volevo fare il cinema. Il primo film con Carlo Luglio si chiamava “Sotto le stelle” e parlava di rom. I primi soldi, 7500 euro ce li offrì don Tonino Palmese, un prete con due palle così. A Cannes, sì, uno come me camminava sul tappeto rosso, conobbi Abel Ferrara. Parlammo di un film su Napoli, era affascinato. Mi chiese quanto avevo in tasca, 200 euro gli risposi. Partimmo per Napoli. Abel era innamorato perso della città, ai Quartieri spagnoli lo chiamavano ‘o mericano. Girammo Napoli Napoli, una poesia. E poi Guido Lombardi, un amico vero. Girammo La Bas un film sui neri di Castelvolturno. A Cannes vincemmo il Leone del futuro e la settimana della critica. Ora con Guido stiamo realizzando questa storia bellissima, Take Five. Siamo cinque di noi, ognuno interpreta se stesso. Vogliamo fare una rapina, siamo la banda del buco. Ci sto io, Peppe Lanzetta, Peppe ‘o sciomen, Salvatore Ruocco, già in Gomorra, Sasà Striano, che ha fatto Cesare deve morire, Carmine Paternoster, che ha lavorato con Garrone. Mo faccio i film, sono un’altra persona, ma io le mazzate con le pezze bagnate all’istituto di Eboli, non me le scordo mai”.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano)