Le ultime mosse di Giorgio Napolitano

(di Elia Fiorillo) Le ultime decisioni del settennato di Giorgio Napolitano sono di certo le più difficili, sia per la complessità della situazione senza precedenti, sia perché saranno le più ricordate. D’altronde forzature non sarebbero servite in un momento così delicato per la vita delle istituzioni. Il capo dello Stato ha scelto di seguire la strada della moral suasion evitando che le sue determinazioni potessero sollevare contestazioni. Ma al di là dell’atto formale dell’incarico a Pierluigi Bersani “di verificare l’esistenza di un sostegno parlamentare certo” per la formazione del nuovo governo, resta il convincimento di Napolitano che c’è bisogno di unità per superare l’attuale momento.
Sembra invece che tutte le forze politiche risentano dello scenario ravvicinatissimo dello scioglimento delle Camere e conseguentemente sui loro comportamenti pesino già i temi e le posizioni della prossima campagna elettorale. Un gioco a scacchi che non può portare niente di buono perché i due momenti, formazione del governo e possibili nuove elezioni, vanno vissuti in modo nettamente separati. Invece alcune mosse sembrano esclusivamente propedeutiche a quello che potrà avvenire dopo.
Non a caso Napolitano nel conferire l’incarico a Bersani cita uno studioso della Costituzione, Enzo Cheli, il quale afferma che “la disciplina relativa alla nomina del Presidente del Consiglio, che la Costituzione subordina soltanto al fine della formazione di un governo in grado di ottenere la fiducia delle Camere, consentendo quindi al Capo dello Stato – specie in assenza di risolutivi risultati elettorali – la necessaria discrezionalità anche attraverso la creazione di diverse figure di incarico”.
In altre parole vuol dire che Bersani deve ritornare al Quirinale con numeri certi e non con promesse di voto. Per avere certezze però non può non tenere in considerazione il Cavaliere che è pronto ad offrire quello che manca al presidente del Consiglio designato. A quale prezzo? Certo, un’intesa sul prossimo inquilino del Colle che potrebbe essere Beppe Pisanu, capo della segreteria politica nazionale D.C., dal 1975 al 1980, con Benigno Zaccagnini, durante gli anni del compromesso storico con il PCI. Ma anche altri nomi di prestigio che circolano in questi giorni: l’attuale ministro dell’Interno Cancellieri, il presidente del Censis De Rita. Ed anche accordi sul programma che Bersani presenterà alle Camere.
Se pur volesse accettare l’invito di Berlusconi-Alfano, ovviamente mettendo paletti sul programma e cancellando la parola “governissimo”, dovrebbe fare poi i conti con “i giovani turchi” del suo partito, Fassina in testa, per non parlare dell’alleato Vendola, che in fatto d’intese con il Pdl non ne vogliono nemmeno sentir parlare. O Bersani riuscirà a convincere i “grillini” sul varo di un governo di scopo oppure dovrà tornare al Quirinale per rimettere l’incarico. Che farà a questo punto Napolitano? Un altro incarico lo darà prima della scadenza del suo mandato. Ma non è detto che ricorrerà alla seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Grasso, per conferirgli un mandato esplorativo. Potrebbe provare a mettere in campo qualche personaggio carismatico come ultimo tentativo di varo di un governo di salvezza nazionale. Ci riuscirà? Lui, re Giorgio, è convinto che quando la casa brucia i distinguo non servono, c’è bisogno di coesione per affrontare il pericolo. La sua parola d’ordine è “responsabilità” verso i cittadini, verso il Paese. Siamo ancora in tempo per darci una regolata. Cipro è dietro l’angolo.