La vittoria di Beppe Grillo e il governo di scopo

(di Elia Fiorillo)

Domenica ore tredici. A casa mia il pranzo è pronto. Abbiamo ospiti: un mio cugino con la moglie; mia figlia con il marito e con mia nipote. La discussione cade sulla politica, sulle elezioni. Mio genero, imprenditore, uomo concreto e moderato, dichiara con baldanzosa determinazione di aver votato Beppe Grillo. Gli fa eco il mio parente, direttore alle dogane, che conferma pure lui di aver dato la preferenza all’ex comico. Mia moglie invece, perentoria, asserisce che pure stavolta non andrà a votare perché “nessuno si merita il mio voto”. Mia figlia parla di necessità di “continuità” e di Europa e dichiara che voterà il prof. Monti. Per ultima, timidamente, la moglie di mio cugino afferma che pure lei, che di lavoro fa il cancelliere al tribunale, voterà per Grillo. Esclusa mia nipote, su sei adulti votanti tre sono per il Movimento Cinque Stelle. Francamente non me lo aspettavo. Provo a chiedere le motivazioni della scelta e la risposta conta una sola parola: “protesta”. Insopportazione dei soliti noti, delle ruberie, delle alchimie, dei magheggi. Insomma, del mondo a sé che è diventata la “politica politicante”. Non servono i miei riferimenti al programma, all’Europa ed all’euro che sono fuori gioco nei disegni grillini. La risposta è che così non si può andare avanti. Che solo dopo una rottura vera ci può essere il cambiamento e non le solite fumisterie che “tutto cambiano, per nulla modificare”.

Non mi sorprendo quando leggo i risultati di questa storica, meglio forse epocale, elezione. Il Movimento Cinque Stelle è il primo partito del Paese con il 23, 79 per cento dei voti al Senato ed il 25,55 per cento dei voti alla Camera. Non è uno scherzo, è una realtà “democratica” che va rispettata. Se si ragiona con gli stereotipati schemi delle precedenti competizioni elettorali la cosiddetta governabilità non c’è. Si dovrebbe tornare al voto, con tutto ciò che questo comporta. Non possiamo permettercelo. Ipotizzare poi un governo di larghe intese, con un accordo tra Pd e Pdl, insomma un Monti bis senza Monti, è cosa ormai impraticabile perché apparirebbe agli occhi degli elettori del primo partito italiano come il solito vecchio gioco delle “tre carte” della politica. Resta solo un governo di scopo. Facile a dirsi, ma complicatissimo a realizzarsi. Mai come in questo momento il vecchio detto “in amore ed in politica mai dire mai” può essere veritiero.

Il governo di scopo dovrebbe realizzare alcune riforme, a parole volute da tutti i partiti, a cominciare da quella elettorale. Il tema del nuovo governo potrebbe essere: “Di necessità virtu’”. O si va subito a votare, o si mettono insieme le ipotesi di rinnovamento che uniscono – e soprattutto che servono al Paese-, lasciando perdere le tante tematiche che dividono. Insomma, sano pragmatismo che la società civile saprà apprezzare.

Chi saranno i due presidenti di Camera e Senato? Dalla soluzione di questo interrogativo si capirà quale sarà il futuro di questa legislatura. Le prime vere intese politiche, stavolta alla luce del sole e non dei piccoli o grandi compromessi tra le parti, si misureranno su questa scelta.

Certo il Capo dello Stato avrà una bella gatta da pelare proprio alla fine del suo mandato. Non potrà, come ha fatto con Monti, inventarsi una figura super-partes da mettere alla guida del prossimo governo, sia pur per salvare il Paese dalla minaccia dello spread. Dovrà fare i conti con il tripolarismo nascente da queste elezioni. Eppoi, a scadenza di mandato, tutto diventa più complicato.