Scampia: lottare per una vita migliore

Vittorio Passeggio, l’uomo col megafono, Gianni Maddaloni, lo sportivo, i volontari di Mammuth, Mirella Piagnataro di Gridas, Rosario Esposito, editore e cugino di Antonio Landieri, vittima innocente di camorra a soli 28 anni, don Manganiello che spiega perché “Gesù è più forte della camorra”, Ciro Corona e la sua (r)esistenza anticamorra, e poi gli uomini e le donne, le ragazze e i ragazzi che ogni giorno buttano il sangue alla Caritas, nel Comitato Spazio pubblico, al Centro Hurtado, dentro Chi Rom e chi no….Varrebbe la pena spendere tutto lo spazio di questo articolo per raccontare loro e gli altri che nell’inferno di Scampia vivono, crescono i figli, lottano per vincere la guerra più difficile, quella della normalità. Sì, semplice, noiosissima normalità che prende il posto della violenza, della morte quotidiana, del malacarne inseguito fin dentro il cortile di una scuola di bambini e ucciso senza pietà, della droga e dei suoi riti, gli zombie, i pali, i capiclan, l’eroina che non va più, la cocaina che costa poco, il kobrett, il rivotril. Scampia come Aleppo oggi, anche qui ci sono i signori e padroni della guerra, con i loro eserciti e i capi da rispettare e adorare. “Voglio diventare l’imperatore di Scampia”, disse Antonio Mennetta, 28 anni ma già boss dei girati. Gli altri, i normali, invece vogliono diventare i re della normalità, mandare i figli a scuola, educarli, fargli fare uno sport, imparare il piano, il judo, la danza classica. Lottare per una vita migliore. Michelangelo Severgnini, una vita da regista all’estero, film in Turchia, ora vive a Napoli e ha girato un film nelle Vele, “L’uomo con il megafono”. La storia di Vittorio Passeggio, “un don Chisciotte metropolitano”. Ecco, forse è questa gente che non ne può più di fiction sangue e morti ammazzati. Perché è stanca di essere osservata come pesci in un acquario. Loro sono i pesciolini rossi, ma l’occhio della cinepresa li salta sempre e inquadra solo i piranha. Perché quelli fanno scena. I killer in moto, il boss con la panza debordante, il drogato barcollante, il blitz per uccidere, il neomelodico a palla nella Bmw. Vittorio e il suo megafono, i volontari generosi, i preti, non servono alla fiction. Altro che censura, qui non ci sono panni sporchi che devono per forza essere lavati in famiglia. Non si gira “Umberto d” e in campo non c’è De Sica. C’è gente che lotta per uscire dall’inferno. Anche da quello imposto dal business della fiction.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano 8 gennaio 2013)