David Costa, il politico che firmò un patto con Cosa Nostra

Mafia e politica e storie di famiglie che pensavano a far carriera e gestire appalti. Protagonisti intanto i politici. La famiglia Costa di Marsala, una delle più influenti. Enzo e Davide, sono padre e figlio, uniti anche dalla passione per la politica. La grande politica. I Costa sono navigati politici marsalesi. Enzo, il più grande, è stato molti anni addietro, ai tempi della Prima Repubblica, deputato regionale del Psdi, assessore regionale in diversi Governi, David, il figlio, è stato eletto in anni più recenti, entrò in parlamento dopo il ritiro del padre dalla politica attiva; David Costa dapprima si candidò con il Ccd, poi passò con l’Udc, sedendo per molti anni nelle poltrone del Governo regionale; in ultimo, nel 2005, quando ricevette un primo avviso di garanzia, era assessore regionale alla Presidenza con il governatore Cuffaro. Alla fine di quell’anno giunse l’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, coinvolto nelle indagini denominate “Peronospera”, coordinate dalla Dda di Palermo e condotte dalla Squadra Mobile di Trapani. Una carriera politica interrotta quella di David Costa, fino a quando non arrivarono le assoluzioni per quell’accusa. Doppia assoluzione in primo e secondo grado. Pronunciamenti che consentirono a Costa di riavvicinarsi all’agone politico, si è fatto notare nelle ultime campagne elettorali, nel giugno scorso però mentre dalla Cassazione attendeva la definitiva assoluzione è arrivata invece un’altra decisione, la sentenza che annullava quelle precedenti e che disponeva il ripetersi del processo di secondo grado. Oggi la sesta sezione della Corte di Appello di Palermo ha pronunciato la sentenza di condanna, 3 anni e 8 mesi per l’ex assessore, la procura generale aveva chiesto 5 anni.

E’ stato riformato pero il capo di imputazione, da concorso esterno in associazione mafiosa a voto di scambio politico mafioso, il 416 ter del codice penale.

Gli atti giudiziari consegnano un quadro di continui contatti tra David Costa e l’organizzazione mafiosa marsalese: sostegno elettorale, scambi di favori, interventi per sbloccare finanziamenti regionali e pratiche di banca, assunzioni di boss e di figli di boss, raccomandazioni che riceveva da capi mafia, addirittura David Costa un giorno si sarebbe rivolto ai mafiosi per bloccare la candidatura a sindaco di un suo avversario politico, il senatore socialista Pietro Pizzo, un altro che no alla mafia non l’avrebbe potuto dire per via anche di vicendevoli rapporti di frequentazione e per i quali è stato anche lui condannato.

Ma ciò che emerge da questa vicenda, per via di alcune intercettazioni, è la spudoratezza dei Costa, padre e figlio, che ben sapendo le vicende giudiziarie, arrivano addirittura a “mettere nel sacco” un politico navigato come il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. Parole “intercettate” nei giorni in cui David Costa aveva ricevuto un avviso di garanzia, aveva lasciato il Governo regionale ma pensava già alle prossime elezioni, e andando ad incontrare Casini, allora presidente della Camera, riceveva da questi compiacimenti e promesse. Nonostante l’avviso di garanzia il leader Udc prometteva a Costa un posto in Parlamento. Casini parla con Costa figlio di presenza e poi telefona pure a suo padre. Quando i poliziotti intercettano David Costa apprendono quello che è successo con l’on. Casini. Enzo Costa che dice al figlio di avere ricevuto una telefonata da Casini “mi ha telefonato e mi sono commosso, lui mi ha detto di non essere triste”. E durante quel colloquio è ancora Enzo Costa a dirlo al figlio, all’on. Casini Costa senior diceva di avergli chiesto di mettere sotto la sua ala protettrice il figlio, “Le affido David, lei lo può seguire ovunque più di quanto non abbiamo potuto fare io…noi continueremo a pregare per lei”. L’on. Casini secondo le parole di Enzo Costa accettò e ricambiò le affettuose parole, le vicende giudiziarie non sembravano preoccuparlo, anzi dalle parole di David Costa sembrava essersi fatto convincere in fretta che il giovane Costa non aveva colpe. Il padre così è stato sentito chiedere a suo figlio cosa si fossero detti nel faccia a faccia: “… io gli ho detto … intanto voglio dirti che io non ho mai fatto nulla … di nulla … io ho detto alcune cose … lui ha detto dopo di che … sappi … diversamente da GRILLO … da TURANO … da FRATELLO … da LUCCHESE … da tutti quelli che sono là dentro … noi siamo persone per bene … dopo di che … ho difficoltà … che vorrei capire se mi vuoi bene … e vorrei capire visto che ho queste difficoltà politiche che debbo fare …”. La risposta di Casini, sempre a sentire David Costa, è stata di quelle che non lasciano spazi agli equivoci, gli avrebbe detto, “senti non mi rompere le palle”, poi David Costa, ancora al telefono col padre continuò nel suo racconto: “.. praticamente si è messo un quarto d’ora a passeggiare con me … a braccetto … qua per strada … mi ha detto … noi il prossimo anno votiamo regionali e nazionali insieme … e deciderò io se devi venire a Roma o se devi andare a Palermo… ma guarda è stato un grande stamattina …poi mi ha detto … questi si stanno suicidando con le loro mani …CUFFARO e LOMBARDO…”.

Il processo di Appello oggi racconta una storia diversa. Le colpe ci sono. E sono , nonostante la modifica del reato contestato, quelle indicate dalla Procura antimafia di Palermo, a suo tempo le indagini furono condotte dai pm Massimo Russo e Roberto Piscitello. Loro indicarono a conclusione delle indagini che erano state fatte dalla Squadra Mobile di Trapani e dal pool allora diretto dall’attuale primo dirigente Giuseppe Linares, il “patto” tra il politico e la mafia, la sua “ripetuta” disponibilità con l’organizzazione mafiosa marsalese che è poi quella che è la più vicina all’attuale capo della mafia trapanese, il latitante Matteo Messina Denaro. Costa si interessò per aiutare i clan mafiosi di pratiche presso il Banco di Sicilia, si occupava di assunzioni di persone, ancora segnalate dai boss, durante il processo è emersa la circostanza che in un caso addirittura David Costa avrebbe incontrato un boss latitante, il capo mafia Natale Bonafede. I pentiti di lui hanno detto, “non era un punciutu” ma con Cosa nostra “aveva stretto precise alleanze”.