Belìce, un terremoto lungo 45 anni

In giro per la Valle del Belice, tra strade stile New York, palazzoni di edilizia popolare, portici malsani e sporchi, ricettacolo di qualsiasi cosa, anche rifugio per la gente abbandonata, case a schiera, molte vuote, qualche capannone, poche aziende, e poi gli autobus sempre pieni quelli che partono da questi paesi, carichi del dolore dei giovani di non potere restare nella loro terra. Eppure qui da quella notte terribile del gennaio 1968, la notte tra il 14 e il 15 gennaio, lo Stato ha fatto arrivare attraverso diversi stanziamenti 3.100 miliardi di vecchie lire, il risultato è quello che si sono create strade, case, tante, troppe, alcune già presto diventate decadenti, a Poggioreale e Salaparuta vi sono centinaia di case popolari rimaste vuote, mai assegnate, sono la testimonianza del “sacco” che ebbe la sua regia nella oramai famosa Salemi, nella terra degli esattori Salvo, i cugini Nino e Ignazio, legati a Cosa nostra. Cantieri aperti inutilmente, fatti sui quali indagò anni dopo il terremoto il sostituto procuratore di Trapani Gian Giacomo Ciaccio Montalto che non portò a termine l’indagine perchè ucciso pochi mesi dopo avere fatto arrestare diverse persone, il 25 gennaio del 1983, e tra poco saranno esattamente 30 anni, la mafia lo ammazzò barbaramente davanti casa sua, a Valderice. Un dopo terremoto segnato da altro sangue, dopo quello dei 370 morti per il sisma (bisogna ricordare i mille feriti ed i 70 mila sfollati) anche quello di chi si interessò alla ricostruzione. Nell’agosto del 1980 a Castelvetrano venne ucciso il sindaco di Castelvetrano Vito Lipari, nel suo ufficio si ritrovò una planimetria della ricostruzione diversa da quella ufficiale, l’esproprio dei terreni era diventato il vero affare, un modo veloce per far soldi e a comandare erano altre carte, segrete. Tutto questo si è tradotto nei ritardi, scandalo dopo scandalo, la Valle del Belice ad ogni anniversario fa il conto del fare e avere, di quei 3.100 miliardi di vecchie lire mancano mille miliardi di lire che nessuno sa dove siano stati spesi ma si ha il sospetto che siano finite nelle casseforti della mafia belicina, quella dei Messina Denaro, o ancora per corrompere funzionari o ancora pagare campagne elettorali a politici sprovveduti. Oggi sono in arrivo 45 milioni di euro attraverso la legge di stabilità, ma per il presidente del comitato dei sindaci della Valle, Nicola Catania, servono 390 milioni di euro per potere parlare di ricostruzione completata. Sono i denari che dovrebbero essere spesi per creare infrastrutture, dare spazio alle imprese. La voce più forte che si è alzata in questi giorni è quella della Chiesa che oramai è uscita dal suo silenzio e denuncia senza guardare in faccia nessuno come fa il vescovo Domenico Mogavero che non chiude però le porte alla speranza: «Dobbiamo credere nel futuro» ha detto domenica parlando davanti al presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana Giovanni Ardizzone nonché a parlamentari regionali e nazionali e rivolgendosi ai sindaci. «Qui la terra porta ancora i segni di quelle ferite profonde – ha detto il Vescovo – ma ancor di più l’animo di tanti suoi figli fu inaspettatamente e dolorosamente è stato segnato da quello sconvolgimento della terra che cancellò una storia, che ancora oggi non si riesce a riscrivere. Perché – ha detto ancora Mogavero – agli sforzi di tanti non è corrisposta l’adesione fattiva e solidale di chi avrebbe dovuto esercitare un’azione saggia e promozionale finalizzata a far diventare la tragedia della Valle una ferita del Paese, approntando con intelligenza progettuale le risorse per la ricostruzione strutturale dei paesi terremotati e soprattutto per ricostruire il tessuto umano e produttivo del Belice. E invece, anno dopo anno, la ricorrenza-anniversario assume sempre più i tratti di un rituale stanco e ripetitivo di commemorazioni, appelli e rimostranze. Il domani di questa magnifica ma sfortunata Valle è tutto e solo nelle nostre mani, purché siamo capaci di valorizzare e mettere a frutto le risorse, non poche, di cui è dotata: la terra con le sue colture tipiche, il mare, i beni culturali, il turismo. Pur nella consapevolezza che si tratta di comparti afflitti da criticità gravi, su tali basi è possibile delineare prospettive di sviluppo, accreditate dal valore aggiunto dell’azione concorde e coordinata di tutti: politici, imprenditori, esponenti del mondo della cultura, comunità ecclesiale». Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha mandato un messaggio, «Le drammatiche conseguenza di quel sisma impongono un responsabile impegno a ripristinare con celerità ed efficacia i tessuti sociali ed economici devastati – ha scritto Napolitano – si operi affinché i processi di trasformazione del territorio siano realizzati con l’attenzione dovuta a sicurezza, incolumità, rispetto dell’ambiente e le sue insostituibili risorse».