Avellino, il teatro brucia

Le fiamme dell’Eliseo hanno bruciato il passato e distrutto il futuro. Camillo Marino, Giacomo D’onofrio, i ragazzi che grazie a quei due strampalati intellettuali di provincia amarono il cinema, Zavattini, Pasolini, i grandi registi internazionali che calarono nelle terre d’Irpinia. Tutto distrutto. Brucia l’Eliseo, bruciarono la Dogana, la Stazione meglio abbandonarla al suo destino. Macerie ovunque. E cemento inutile, incompiuto. Mercatone, Bonatti, tunnell, piazza Kennedy: anche quelle sono macerie. Macerie della politica, di una classe dirigente che ha succhiato il sangue alla città e di una opposizione imbelle. La città è alla deriva, abbandonata da un inutile sindaco che ad un certo punto della sua cariera decise di diventare deputato. Onorevole anche lui, e anche lui per rappresentare gli interessi dell’Irpinia a Montecitorio. Con questa menzogna ripetuta in ogni campagna elettorale, schiere di modesti politicanti nel secolo scorso si trasformarono in statisti. De Mita, Mancino, Bianco, Zecchino, De Vito, una vita intera a raccontare che con loro a Roma la provincia vilipesa sarebbe risorta. E invece eccola qui la città a calpestare cenere e macerie. Eccole le fabbriche chiuse, moribonde, decotte, gli inutili nuclei industriali della montagna. Eccoli i paesi dell’interno esangui, svuotati, ridotti a dormitori. Sono il quadro triste del fallimento di una intera classe politica che ha rubato il passato e ucciso il futuro. I giovani avellinesi volevano trasformare l’Eliseo in un luogo dove fare cultura, cinema, ritrovarsi. Vivere. Troppo nella città che puzza di fiamme e morti.