Peripezie all’italiana nella sede INPS

In Italia il problema è la burocrazia?? In questo nostro bel Paese i servizi sono carenti?? Il personale scelto per lavorare in enti pubblici – e di pubblica utilità – spesso è incompetente?! Paghiamo tutti per l’incapacità di pochi? Bè, certamente quello che è capitato ad un sindacalista romano (di cui non facciamo il nome dato che si tratta di una vicenda molto personale) ha dell’incredibile. Un giro sovraumano fra un ufficio e l’altro che si è comunque concluso nel nulla, almeno fino ad oggi. Qualche giorno fa, un anno dopo che il sindacalista (che chiameremo Mario) ha presentato i documenti in via dell’Amba Aradam a Roma (sede provinciale dell’Inps) per il pagamento delle competenze in merito ad una pratica di invalidità per la madre, lo stesso si è recato negli uffici provinciali per avere notizie sullo stato di pagamento. Lo sportellista consulta il computer a lungo, rilegge le carte e dopo qualche momento di esitazione, comunica a Mario che la domanda era stata respinta. Mario, incredulo e innervosito, obietta che si tratta della pratica di invalidità civile e non di ceto civile. Allora l’impiegato continua a controllare i dati sul pc e afferma : “non so che dire, per me la domanda è stata respinta”. Due giorni fa Mario, ancora incredulo, ritorna negli uffici di via Dell’Amba Aradam, non credendo possibile il fatto che fosse stata respinta la domanda per la madre con un trentesimo di vista. Viene ricevuto da un’altra impiegata “molto gentile” che, però, non venendo a capo della questione, si attacca al telefono e chiama una collega “esperta”. Quest’ultima, dopo una serie di domande, individua un certo “codice 7mila”, utile a identificare la pratica in questione. Allora l’impiegata di via dell’Amba Aradam si rivolge a Mario e dice: questa pratica è di competenza della sede in Lungotevere della Vittoria”. Il povero Mario ci crede. Perché il 3 giugno 2011 accompagnò la madre proprio in quella sede per la visita di controllo e si ricordava di aver riconosciuto anche gli uffici amministrativi dell’Inps. E da qui inizia l’odissea. Il giorno seguente Mario esce puntuale da casa. Da San Giovanni (dove abita) prende un taxi per arrivare a Lungotevere della Vittoria. Alle 10 in punto arriva sul posto e viene ricevuto dalla sportellista che lo guarda perplessa e gli dice: “ma lei, perché è venuto qui?” La collega più anziana si alza dalla sedia e informa cordialmente Mario che l’Inps da un anno non è più in quella sede, bensì in via Giulio Romano. Per Mario ciò significa altro taxi fino a via Giulio, dove arriva intorno alle 11.30. Riesce a strappare il numero 72, mentre era in ricevimento il 55. Alle 12.20 viene ricevuto da una sportellista “matura, con aria esperta e rassicurante”. Guarda tutte le carte e rivolge la drammatica domanda: “Ma lei perché è qui?” “Mi ci hanno mandato”, risponde sempre più perplesso Mario. “E perché è andato lì?”, incalza la donna riferendosi agli uffici di Lungotevere. “Mi ci hanno mandato da via dell’Amba Aradam” replica Mario. A un certo punto, in un crescendo di tensione, si materializza la coordinatrice del personale, la quale spiega a Mario che i verbali della commissione medica vengono mandati all’interessato e alla sede territoriale Inps competente. “E qual è la sede territoriale Inps competente?” chiede angosciato Mario. “Non lo so”, risponde la coordinatrice “dove abita?”. “Abito in zona San Giovanni – risponde Mario – in piazza dell’Alberone”. “Allora la sede giusta è quella di via dell’Amba Aradam”, risponde fiera di fronte allo sguardo incredulo di Mario. La storia non è finita. Mario ancora non è riuscito a capire a che punto è la pratica della madre e ha solo un mese per venire a capo della questione, termine ultimo prima che la pratica vada in prescrizione. Viva l’Italia!
Non si tratta di una storia inventata, purtroppo. Le peripezie a cui è sottoposta la madre di Mario iniziano più di un anno fa e precisamente:
Agli inizi del 2010 una cittadina romana di 86 anni, da alcuni anni da varie patologie (le principali: esiti di nefrectomia per tumore e visus pressoché a zero), decide di chiedere l’invalidità civile. Si rivolge al medico curante proprio nel periodo in cui la competenza passa dalle Asl all’Inps. Il medico non dispone del Pin per dialogare con l’Istituto e compila il modulo a mano. La paziente deve servirsi di un patronato. Il responsabile del primo patronato che contatta rifiuta l’incarico perché prevede (testualmente) “nella fase di passaggio all’Inps ci saranno casini inenarrabili! Signora attenda un po’, è meglio”. Fu facile profeta. La signora sente sfuggirgli la vita dalle mani e affida ad un altro patronato con ufficio nei pressi della sede provinciale dell’Inps. Consegna i modelli compilati dal medico curante: essi saranno trascritti ed inviati telematicamente all’Istituto previo pagamento di 10 euro. Dopo qualche mese, non avendo notizie, si reca al patronato che, scopre, non gli ha trasmesso la ricevuta telematica della domanda, recante la data 10.3.2010, comprensiva di appuntamento per la visita della commissione medica in Via Monza, ma, orrore, data è già passata. Breve inutile discussione. L’86enne va a via Monza e non ci mette molto ad ottenere un nuovo appuntamento. La visita avviene, finalmente, il 29.11.2010. La commissione raccoglie l’abbondante documentazione tranne quella riguardante la vista che riguarda la specifica commissione Ciechi civili alla quale va indirizzata specifica domanda in Lungotevere della vittoria, presso l’omonimo poliambulatorio. Fatto. Con lettera successiva le viene trasmesso il verbale della commissione invalidi civili con la quale è riconosciuta “invalido civile ultrasessantacinquenne con difficoltà persistenti 100% a svolgere i compiti e le funzioni previste dalla sua età”. Pensione? No, per ragioni di reddito. Assegno di accompagnamento? No, non è abbastanza malandata, in fondo respira. La signora non si preoccupa (e non fa ricorso) perché confida nella patologia della vista che, intanto, è decisamente peggiorata, sicché la signora aggiorna la certificazione: un occhio è del tutto perso, l’altro ha solamente 1/100. Va fiduciosa alla visita cui viene chiamata dalla commissione provinciale ciechi civili il 3.6.2011. Sente di essere guardata con sospetto, ma si da un contegno quasi virile. “Bene signora, tra qualche mese le verrà fatto sapere”. Con lettera datata 28.9.2011 le viene trasmesso il verbale che le riconosce la condizione di “cieco con residuo visivo non superiore a ad 1/20 in entrambi gli occhi”; manualmente vi era l’annotazione 1/30. Allegati vi erano i modelli per i requisiti socio-economici senza alcuna indicazione sulla loro idonea destinazione: semplicemente “la invito a comunicare all’Inps i dati necessari all’accertamento dei requisiti socio-economici , nonché le informazioni per il pagamento , utilizzando l’allegato modulo”. Compilati, datati e firmati tutti gli allegati moduli – non il modulo – vengono consegnati alla sede di Roma dell’Inps in Via dell’Amba Aradan – che rilascia ricevuta – il 2.11.2011.

Trascorso un anno succede quanto descritto sopra….