Nell’asilo dell’orrore

Il giorno dopo la mattanza nella scuola dei bambini, la fotografia della sconfitta dello Stato a Scampia, Gaza d’Italia, è rappresentata da tre cappottini. Tre, solo tre, appesi agli attaccapanni della scuola. Sta tutta qui, in quelle tre mamme che hanno deciso, nonostante il sangue che non sono riusciti a pulire nel cortile della scuola dei loro figli, di mandare i loro bambini a scuola, come se il day after fosse una giornata normale. Quelle tre mamme sono eroiche, volto di un’Italia che nonostante tutto resiste. L’altra faccia di questo Paese allo sbando è uno Stato fellone che da vent’anni è sconfitto da malacarne che si chiamano Ciruzzo ‘o milionario, gli spagnoli, i girati, uomini da niente che dominano su questa parte d’Italia che si chiama Scampia. Qui comandano solo loro e se ne fottono bellamente dei proclami che ministri dell’Interno e capi della Polizia recitano stancamente dopo ogni massacro. Sono loro a controllare strade, palazzi, attività commerciali, sono loro i padroni delle notti maledette di Scampia, il più grande supermarket all’aperto della droga. Lo Stato non dà lavoro, loro sì. Pagano mesate a pusher, sentinelle, killer, loro fanno campare. E Napoli se ne fotte, la città non ha mai sopportato questa periferia a nord troppo piena di malagente. Contano le regate veliche, il lungomare bello chiuso al traffico, i proclami di tutti i partiti (prima Bassolino, poi il Pdl alla ricerca di una rivincita, infine de Magistris). A Scampia sono soli. Sola è la brava gente che cerca di campare onestamente, soli sono i preti, i pugili, i volontari, le associazioni che cercano di portare in questo Bronx la rivoluzione della normalità. “Ma lo sapete cosa mi ha detto mio figlio quando ha visto i carabinieri nella sua scuola? Mamma, hanno arrestato Babbo Natale”. E’ il racconto di una delle madri della Montale, la materna del massacro. Da pelle d’oca. A Scampia non basta chiamare le scuole con nomi di grandi poeti, le strade intitolarle ai Fratelli Cervi, è ipocrisia pura, è violenza sui poeti e sui partigiani, perché qui anche i sogni dei bambini sono violentati, stuprati dalla camorra padrona. “Non ne possiamo più, qui non c’è nessuna sicurezza. Se potessi farlo andrei via, lontano da questo posto”, ci dice tra le lacrime un’altra mamma. Volete i nomi, i cognomi,le facce? Scordatevele, perché qui siamo nel regno dei boss ed esporsi può costare la pelle. Perché la guerra della camorra a Napoli continua. Due giorni fa il morto che galleggiava nel suo sangue nel cortile di una scuola, ieri un altro morto “acciso” davanti a una pizzeria. Gigino Falco, camorrista di rango e dai nobili natali, perché era imparentato con una delle famiglie storiche della camorra napoletana, quella dei Nuvoletta. Erano fortissimi una volta, insieme ai Galasso di Poggiomarino e a Carmine Alfieri, ‘o ntufato, avevano sconfitto Raffaele Cutolo, gli avevano strappato i contatti con la politica degli anni Ottanta del secolo passato ed erano pure in buoni rapporti con Totò Riina. Oggi i Nuvoletta contano meno dell’asso di coppi e i loro parenti possono essere ammazzati davanti a una pizzeria come cani che annusano l’ultimo profumo di una quattro stagioni appena sfornata. Di fronte a questa guerra continua valgono poco, tanto che non bisogna prendersi neppure la cura di registrare le sdegnate reazioni e i solenni proclami della politica, di governo e di opposizione. Hanno avuto il tempo per abbattere le Vele e cancellare quella vergogna e non l’hanno fatto. Hanno promesso di rendere sicura la vita di quella gente che abita lì e non lo hanno fatto. Quei tre cappottini-tre lanciano un solo disperato messagggio: a Scampia lo Stato ha perso. Sconfitto dagli Spagnoli e dai girati. Piegato dai malacarne. Umiliato dalla camorra.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 7 dicembre 2012)