Quei due degni compari di Castellammare del Golfo

Un paio di anni dopo la strage mafiosa di Pizzolungo del 1985, nell’aula della Corte di Assise del Tribunale di Caltanissetta irrompe un giovane imprenditore, Mariano Saracino. E’ lì per fornire un alibi al lattoniere di Castellammare del Golfo Gioacchino Calabrò, tra gli accusati della strage che destinata al pm Carlo Palermo fece strazio della vita di tre persone, di una mamma, Barbara Rizzo Asta, trentenne, e dei suoi due figlioletti, i gemellini Salvatore e Giuseppe di sei anni. Saracino copre Calabrò, che anni dopo verrà solo condannato per la ricettazione della autovettura rubata e usata per essere imbottita di tritolo e piazzata su quella maledetta curva di Pizzolungo, ma finisce quasi con l’inguaiare tutti gli altri imputati. Parla con un misterioso agente dei servizi segreti (ce ne è sempre uno sulla scena di ogni strage ed eccidio siciliano) e dice che l’unico che non c’entra con la strage di quegli imputati è l’alcamese Filippo Melodia. Vincenzo Milazzo, il capo mafia di Alcamo, il principale degli imputati, va su tutte le furie, decide che Saracino va ammazzato. L’imprenditore si salva, ha dalla sua parte Giovanni Brusca, capo mafia di San Giuseppe Jato e anche, ovviamente, Filippo Melodia, Milazzo si contenterà solo di incassare una multa da Saracino che per quelle sue parole dovrà pagare 350 milioni di vecchie lire alla cassa della mafia di Alcamo. Anni dopo Milazzo verrà ammazzato, con la sua donna, Antonella Bonomo, sebbene questa fosse incinta, proprio per via di questi contatti con questo agente dei servizi segreti, un duplice delitto nei giorni della strage di via D’Amelio.

Saracino per anni passerà come “vittima” di Cosa nostra, uno degli imprenditori costretti a pagare il dazio alla mafia, è risultato invece organico e per questo sta scontando 10 anni, e adesso si scopre anche che è diventato ricco grazie alla mafia, lui che di mestiere ufficiale faceva l’imprenditore, ma il suo vero compito era quello di occuparsi delle finanze delle potenti mafie di Alcamo e Castellammare del Golfo. Dopo le indagini della Dia di Trapani, il Tribunale gli ha confiscato tutti i suoi beni. E assieme a lui anche quelli di Giuseppe Pisciotta, Pisciotta e Saracino erano una unica cosa, Saracino sopra a Pisciotta comunque, in totale i giudici delle misure di prevenzione hanno tolto loro 45 milioni di euro tra beni e conti correnti.

Nella storia di Mariano Saracino c’è tutto quello che appartiene alla mafia diventata imprenditoria così come ha insegnato a sapere fare il latitante Matteo Messina Denaro: il cemento e le speculazioni immobiliari, la costruzione di villette su terreni dove non sarebbe stato possibile costruire, nei luoghi più belli della Sicilia, come quelli di Scopello, a pochi passi dalla riserva naturale dello Zingaro, salvata dal cemento ma che ogni anno vede bruciare una sua parte a causa di roghi dolosi, l’imposizione del cemento, lo sfruttamento di risorse pubbliche destinate a creare nuova occupazione ma che determinano nuove povertà una volta che spariscono nei buchi neri della mafia. C’è la storia di un imprenditore che recita l’antimafia e che però convoca i suoi colleghi per dire che bisogna pagare e prendere il cemento solo da lui, e ci sono i boss che confermano che è a lui che bisogna rivolgersi per dirimere le questioni. Nella storia di Mariano Saracino c’è la mafia che sa votare bene quando c’è da votare bene. C’è la storia della mafia di ieri, quella di oggi e già quella del futuro, quella che non porta più coppole e lupare ma ha i suoi uomini che vanno in giro in grisaglia e con appresso valigette 24 ore, con denaro che finisce nelle City europee, quelle dove si parla di spread, crisi e altro, le mafie sono quelle che portano i liquidi in questo periodo e si guadagnano nuove impunità. Ancora una volta è la trama mafiosa di sempre, sono gli anticorpi sociali preventivi che mancano, ci sono solo i rimedi giudiziari che possono intervenire solo quando il grosso del danno è oramai fatto.