Il Veneto avvia la pratica della secessione

(di Luigi Pandolfi)

Il Consiglio regionale del Veneto ha votato una risoluzione che impegna la giunta presieduta dal leghista Luca Zaia ad “avviare urgentemente con tutte le istituzioni dell’Unione europea e delle Nazioni Unite relazioni istituzionali che garantiscano l’indizione di una consultazione referendaria per accertare la volontà del popolo veneto in ordine alla propria autodeterminazione, avvalendosi del parere consultivo di un’apposita commissione di giuristi senza alcun onere a carico della Regione”.

Nell’indifferenza della politica politicante, e, aggiungerei, delle più alte cariche della Repubblica, l’assemblea legislativa di Palazzo Ferro – Fini ha insomma avviato formalmente la pratica per la secessione del Veneto dall’Italia.

Al di là degli effetti pratici immediati che la deliberazione potrà avere, il fatto assume un rilievo politico enorme, anche per questioni che a prima vista sfuggirebbero all’attenzione dei più.

L’iniziativa di portare in Consiglio regionale la pratica della secessione non è partita, nondimeno, come qualcuno potrebbe pensare, dalla Lega Nord, partito del governatore Zaia, ma da altri e più radicali movimenti indipendentisti, tra cui Indipendenza Veneta, organizzazione separatista che ha tenuto il suo congresso fondativo il 27 maggio 2012 a Treviso.

Proprio questo movimento, che ha come missione la creazione di uno stato veneto indipendente, si è fatto carico di raccogliere le firme in calce alla risoluzione n° 44 ( ne ha raccolte 20 mila), che il Consiglio regionale, a maggioranza, ha approvato nella seduta del 28 novembre scorso.

Va detto, ad onor del vero, che nel testo originario c’era un riferimento esplicito all’indipendenza della regione che poi è stato espunto dal testo votato dall’assemblea, su cui sono confluiti i voti della Lega e del Pdl (compresi quelli dei consiglieri ex An), mentre l’Udc si è astenuta e Idv ha votato contro.

Fermiamoci un attimo su questo voto. I voti contrari sono stati soltanto due, quelli dei consiglieri di Italia dei Valori. Per caso questi hanno espresso voto contrario contestando la deriva secessionista dell’assemblea? Neanche per sogno. L’on. Franchetti, capogruppo di Idv, ha motivato il voto sfavorevole del suo gruppo adducendo semplicemente che la risoluzione era troppo “schizofrenica e strumentale”, aggiungendo poi che “Se non è possibile il referendum, una consultazione non è vietata, ma il tema è quali contenuti diamo alle parole che usiamo”. Una posizione che la dice lunga su quanta strada ha fatto il virus del separatismo in questa regione.

 

Dicevamo che quelli dell’Udc, fautori del “Partito della Nazione”, si sono astenuti, ma manca all’appello un’altra forza politica: Rifondazione comunista. Cosa ha fatto il Prc? Che posizione ha assunto? In nome di un improbabile “patriottismo cosmopolita” ha sottoscritto la risoluzione, perché “(…)La classe lavoratrice, nel solco della tradizione storica del movimento operaio da Antonio Gramsci a Silvio Trentin, da sempre internazionalista e solidale, può esercitare elementi di democrazia diretta a partire dal federalismo municipalista e partecipato”, e poi perché il referendum sull’autodeterminazione è “uno strumento per contrapporsi alle politiche centralistiche del governo Monti e dei partiti che lo sostengono”. Amen.

Più seria in questo teatrino è stata la presa di posizione del Pd, che ha stigmatizzato il concetto di “piccole patrie” e, opportunamente, non ha partecipato al voto.

La Lega. Tanto soffiò sul fuoco della secessione che finì per bruciarsene, potremmo dire. E sì, perché in questa vicenda il Carroccio ha dovuto cedere alle pressioni delle ali più estreme dell’indipendentismo veneto, con malcelato imbarazzo, assumendo in certi frangenti anche posizioni al limite del ridicolo.

Come quando, nel settembre scorso, il presidente Zaia ha chiesto un parere all’Avvocatura regionale sull’ammissibilità, e la legittimità, di un referendum secessionista. Ovviamente l’ufficio interpellato ha dato l’unica risposta possibile e consentita: che ai sensi della Costituzione italiana la via del referendum consultivo per ottenere la secessione non è praticabile, se non altro perché l’articolo 5 della Costituzione stabilisce, tassativamente, che la Repubblica è “una e indivisibile”. Comiche di basso impero.

La Lega veneta, insomma, sta subendo la spinta secessionista che promana da movimenti e gruppuscoli concorrenti, e cerca di correre ai ripari. Con un atteggiamento che potremmo definire cerchiobottista, in perfetto stile leghista, nel quale spiccano il funambolismo di Zaia ed i silenzi di Maroni. Diciamola tutta: dopo anni ed anni di retorica secessionista è arrivato per loro il momento della nemesi.

Ma intanto la frittata è fatta. Qual è la lettura che gli indipendentisti danno del voto in Consiglio regionale? Ce lo spiega Lodovico Pizzati, segretario di Indipendenza Veneta: “Oggi a Venezia si respira aria di capitale. La nuova Repubblica Veneta si avvicina e questa sera all’hotel Pigalle a Tezze sul Brenta spiegheremo di fronte a centinaia di cittadini il significato di questa giornata storica, e perché otterremo l’indipendenza prima della Scozia e della Catalogna.”

Qualunque sarà l’esito di questa surreale vicenda, una cosa dunque è certa: nel bel mezzo di una crisi che sta devastando l’Italia e le sue istituzioni, le pulsioni separatiste in alcune aree del paese riescono a trovare sponde istituzionali che fino a qualche anno fa erano impensabili.

Il referendum si farà? Non si farà? Difficile a dirsi. Certo è che tra gli effetti di una crisi sistemica, profonda, che investe il paese, che non è solo finanziaria, c’è anche quello del crollo di fiducia nella missione storica dell’Italia. Ecco perché è più forte in alcune aree del paese l’idea secondo cui dalla crisi si esce meglio da soli, rinchiudendosi nel proprio fortino. Non è un caso, insomma, che il tema dell’indipendenza del Veneto, o della Catalogna, delle Fiandre, della Scozia, acquisti tanto vigore in questa fase. Dietro questi conati secessionisti c’è il fallimento dell’Europa di Maastricht, di un’idea di integrazione europea fondata esclusivamente sulla moneta unica, sullo strapotere della Bce e, da ultimo, sul commissariamento degli stati membri dell’Unione. C’è lo smarrimento di una comunità nazionale afflitta dalle politiche di austerità e dall’ignavia della politica di palazzo.

 

Non si spiega diversamente, nel caso veneto, la soggezione all’ideologia separatista di forze politiche tradizionalmente ostili ad essa, sia di destra che di sinistra.

Il voto del Consiglio regionale del Veneto avrebbe meritato le prime pagine dei giornali nazionali. Non è stato così. Come se le comparsate degli sfidanti alle primarie del Pd o le piroette di Berlusconi fossero più importanti del rischio di implosione del paese. Fa riflettere lo stesso silenzio di Napolitano, così solerte invece a perorare la causa dei provvedimenti del governo Monti in materia economica ed a strigliare i parlamentari per la loro inadempienza sull’approvazione di una nuova legge elettorale. Mala tempora currunt (Sed peiora parantur).