La crocchè da campagna elettorale

Alla fine la verità su come vanno le cose elettorali in terra di Sicilia, l’ha detta Antonio Di Pietro venerdì a tarda sera di fronte al Teatro Massimo (per la cronaca occupato, insieme all’altro grande teatro palermitano, il Politeama). “Un dirigente del Partito democratico di grado molto, ma molto alto, mi ha chiesto di praticare il voto disgiunto. Votatevi i vostri candidati all’Assemblea regionale, ma mettete la croce su Crocetta Presidente”. Il leader di Idv, che insieme a Leoluca Orlando ha chiuso la campagna elettorale per la sindacalista Giovanna Marano, non ha fatto nomi, ma le pressioni del Pd per strappare voti a favore di Crocetta sono fortissime. Voto disgiunto: è la formula magica per conquistare Palazzo d’Orleans. Nello Musumeci, il candidato del Pdl e degli eredi di Totò Cuffaro, e Rosario Crocetta, sono praticamente appaiati, e allora, nelle ultime ore che precedono il voto hanno deposto le armi guru ed esperti di comunicazione, e sono entrati in azione gli sherpa. Uomini addestrati ai contatti informali con i padroni delle preferenze, gente che sa dove pescare per spostare quei pacchetti di voti che sono necessari per vincere. Del resto, gli ultimi giorni di campagna elettorale sono stati scanditi da indiscrezioni e smentite sui “patti”, vale a dire gli accordi sotto banco tra i diversi schieramenti. Quello della “crocché” (la crocchetta fritta), lo avrebbero siglato Gianfranco Micciché, candidato dal suo partito Grande Sud, Fli e liberali, e Crocetta, l’aspirante governatore di un centrosinistra spurio per la presenza dell’Udc. Ovviamente, entrambi hanno smentito. Lo ha fatto a chiusura del suo comizio a Palermo in una piazza della Borsa semivuota, Crocetta, lo ha ribadito, nel suo fastoso comitato elettorale, Micciché. “Ma quale patto, vinco io, non ci sono crocché e prenderò un sacco di voti”. L’ex pupillo di Berlusconi non molla, il suo obiettivo è dare una mazzata al suo nemico di sempre: Angelino Alfano. Tra i due quello che rischia di più. Perché se il Pdl riesce a vincere qui, Angelino potrà giocarsi la sua partita nazionale e porre una seria ipoteca per il dopo-Berlusconi. Alfano minimizza (“il voto siciliano non darà indicazioni nazionali e io non mi gioco nulla”), ma da giorni i suoi sherpa sono al lavoro per convincere l’Udc a spostare preferenze su Musumeci. Giovanna Marano, la candidata di Sel, Idv, Verdi e Federazione della sinistra, ha l’obiettivo di riportare la sinistra dentro l’assemblea regionale. Ha chiuso la campagna elettorale a Palermo in una piazza Verdi affollatissima. “Gli altri candidati passano il tempo ad insultarsi, la storia del voto utile è una truffa”. Voto utile, è l’appello delle ultime ore che tutti, Crocetta e Musumeci, ma anche Di Pietro, rivolgono all’elettorato grillino. Rosario Crocetta: “Tanti grillini metteranno una crocetta sul mio nome, un uomo che ha combattuto mafia e illegalità”. Nello Musumeci: “Grillo mi rispetta e io rispetto il suo movimento. Non sono l’antipolitica”. Ma è proprio Grillo l’incognita vera di questo voto. I sondaggi sono fermi, i partiti non hanno commissionato neppure exit-poll, ma clima e umore generale prevedono una vera e propria esplosione del Movimento Cinquestelle. Primi, 15%, forse di più, l’incertezza e le piazze riempite dal comico fanno volare fantasia, speranze e timori. Numeri a parte, l’unico dato certo è che dal 16 aprile di quattro anni fa (data delle ultime regionali) il mondo della politica siciliana si è capovolto. Allora tutto era certo, la vittoria clamorosa di Raffaele Lombardo al 65,3%, la sconfitta del centrosinistra che riuscì a rastrellare poco più della metà dei voti di “Arraffaele” (il 30,4) e la conseguente fuga a Roma nella notte dei risultati della sua candidata Anna Finocchiaro. Con il partito di Grillo relegato all’1,7% e Sonia Alfano, la candidata, stoppata al 2,4. Un altro mondo. Ma quelle elezioni servirono ad affermare il potere di Raffaele Lombardo, che si è dimesso, ma non è andato via. Il Presidente del “peggiore governo della Sicilia” sostiene Micciché col suo partito, da ex democristiano fedele al motto di Arnaldo Forlani (“abbiamo governato noi, governeranno i nostri figli e i figli dei nostri figli”), ha candidato il suo rampollo Toti, ma soprattutto ha piazzato suoi uomini in tutte le liste e gli schieramenti. “Perché il lombardismo – dicono nei corridoi della politica siciliana – è una filosofia di vita e di potere”.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 28 ottobre 2012)