Il celeste Formigoni

(di Elia Fiorillo)

Chissà quale commento avrebbe fatto il Celeste-Formigoni se non fosse stato lui sotto i riflettori della magistratura, ma un suo simile presidente di giunta regionale. Forse avrebbe parlato di correttezza istituzionale che impone al governatore di assumersi tutte le responsabilità per quello che fanno – o non fanno – i componenti della giunta che porta il suo nome. E avrebbe supposto di andar subito al voto nel caso di semplici sospetti d’infiltrazioni malavitose, per non parlare di ‘ndrangheta, nel governo della Regione. E giù con immaginifici ed efficaci paragoni in cui lui, Roberto Formigoni, non è secondo a nessuno.

Quello che è avvenuto al Pirellone di Milano, sede della Regione Lombardia, e’ proprio l’incontrario di ciò che uno si sarebbe aspettato. Assunzione di responsabilità del presidente a tutto tondo, senza se e senza ma. Proprio perché e’ il capo, nel bene e nel male, che si fa carico di tutto. Formigoni pero’ non si è dimesso, ma ha azzerato la sua squadra rispondendo ad interessi elettorali suoi e della sua compagine. Il Pdl non poteva accettare un’andata alle urne immantinente. Troppo pericoloso per il proprio destino di forza di governo che d’amble’ si sarebbe potuta trovare all’opposizione. Meglio inventarsi la cacciata degli assessori con il solo presidente salvato “per opera e virtù'” dell’interesse da bottega elettorale. Andare al voto con il morto in mezzo alla casa – leggi sanità, preferenze comprate, e via dicendo -, sarebbe stato deleterio sia per la compagine che lo sostiene, che per lui medesimo. All’inizio dell’ambaradan non pareva che Maroni avesse spinto per le elezioni ad Aprile, come poi è avvenuto, tanto è vero che il Celeste aveva cominciato ad ipotizzare la fine naturale della legislatura per fare le valigie. Ma così non è stato. La mazzata è avvenuta con una richiesta perentoria da parte della Lega: nuova legge elettorale e approvazione del bilancio della Regione entro dicembre. Eppoi, dimissioni. Nel frattempo il Carroccio, come per sottolineare che le sue scelte le ha fatte in modo irreversibile, sonda da subito il popolo padano alla ricerca del nuovo governatore. Più chiaro di così.

Non è detto però che tutto andrà liscio secondo i disegni dei Lumbard. D’intoppi ce ne potrebbero essere tanti. Potrebbe andare a finire come nel caso della signora Polverini nel Lazio. Dimissioni scongiurate in un primo momento, ma poi “spintonate” per forza di cose e di eventi. Non è poi tanto vero, come ha sempre sostenuto l’ineffabile Giulio Andreotti, che “il potere logora chi non ce l’ha”. Nel caso in questione i quattro mandati da presidente pesano eccome e forse, in queste ore, Formigoni sta riflettendo su come sia giusta la legge del 2004 che ne prevede solo due di mandati e sta maledicendo le interpretazioni della norma a suo favore che gli hanno consentito di stare al potere per tanto tempo.

In queste ore convulse per il Celeste, che i “barbari sognanti” hanno fatto diventare viola di rabbia, ci potrebbe anche essere lo scatto d’orgoglio personale. Dimissioni immediate senza tener conto del ricatto maroniano: “andare alle urne adesso equivale a regalare agli avversari la guida della Regione”. Con molta probabilità non andrà così. Ci sono in gioco gli equilibri per la prossima tornata elettorale. Né al Pdl, o come si chiamerà in seguito, né alla Lega conviene da subito rompere i ponti con l’alleato di sempre. Potrebbe continuare la melina fino a dicembre quando i nuovi orizzonti – legge elettorale, nuovo Pdl – dovrebbero essere più visibili. Comunque, il cerino resta in mano all’esponente di Comunione e Liberazione che è destinato, volenti o nolenti, a bruciarsi.

Al di là delle alchimie delle forze politiche, il buon senso comune indica una strada a senso unico: “Tutti a casa, subito”.