I mal di testa di Bersani, Berlusconi e Monti

di Elia Fiorillo

A Pier Luigi Bersani il mal di testa da problemi politici gli deve essere diventato cronico. Se da una parte le polemiche sulle primarie si attenuano, dall’altra altre questioni prendono quota. «Se usciamo bene dalla vicenda delle primarie, non ci ammazza più nessuno», ha affermato convinto il segretario del Pd all’Assemblea nazionale del partito. Cosa vera al cinquanta per cento. Certo, la soluzione del caso Renzi fa respirare un po’ il segretario che ha disinnescato la prima mina posta sul suo cammino. Restano però altre bombe difficili a priori da individuare e bloccare. Che si fa sulla legge elettorale? Il “Porcellum”, o “porcata” che dir si voglia, è cosa ben nota e le primarie sono una logica sua conseguenza. Che avverrà se cambierà l’attuale legge su cui si è votato fino ad ora? Il Pd, su questo fronte, non può non battersi con tutte le sue forze perché si volti pagina e si approvi “subito” una nuova normativa, tenuto conto che il voto è proprio dietro l’angolo.

La competizione per vincere le primarie nel Pd non è cosa semplice. Una volta era scontato che il Capo del partito se le aggiudicasse. Da ricordare i risultati plebiscitari ottenuti da Prodi e da Veltroni. Oggi una cosa del genere è quasi impossibile perché le reti di protezione sono venute meno e la competizione tra i candidati è vera. Con sano realismo Bersani è riuscito a stoppare quelli che volevano regole che potevano apparire più protettive per la nomenclatura. Resta il fatto che Renzi e Vendola sono liberi di sparare ad alzo zero nella loro campagna elettorale per le primarie già cominciata da tempo. Lui, Bersani, no. E’ sempre il segretario del partito che ha appoggiato il governo Monti e continua a farlo, anche a volte con distinguo di facciata. Da questo punto di vista è vincolato da una parte a difendere le scelte del governo Monti e dall’altra a trovare correttivi, meglio proposte migliorative a ciò che è già stato fatto. Per il momento Vendola prova a far passare il “rottamatore” fiorentino come un soggetto culturalmente subalterno al modello liberista che sta “scorticando” l’Europa. E c’è da scommettere che a breve sarà ripagato da Renzi con la stessa moneta. Più si andrà avanti, più c’è il rischio per Bersani che i due litiganti se la prenderanno con lui che resta comunque il candidato da (ab)battere. Le posizioni dei cattolici Marini e Bindi sono chiare. Ma come si comporterà concretamente Valter Veltroni nell’attuale congiuntura del Pd? Con chi si schiererà? Insomma, d’interrogativi ce ne sono fin troppi.

Sull’altro fronte, quello di Berlusconi, manca l’idea vincente, meglio aggregante. Giorno dopo giorno i distinguo tra i notabili si fanno sempre più netti. Le divisioni annunciate da tempo si concretizzano. Tremonti lancia la “Lista Lavoro e Libertà”, con lo slogan: «Basta tasse, stop paura: l’Italia deve uscire dallo schiaffo tedesco». E quelli che furono colonnelli del Capo indiscusso provano a trasformarsi in generali, a volte senza truppe. Quanto tempo aspetterà ancora il Cavaliere per lanciare il suo progetto? Al di là di quello che dicono i bene informati sulla sua perfetta forma fisica, il mal di testa, visto lo scenario del suo Pdl, dovrebbe averlo ormai cronico.

Anche il presidente del Consiglio Monti ogni tanto ha cefalee da spread. Non ancora i mal di capo gli provengono dalla politica praticata. Non è detto che non succeda. Casini, Fini, Montezemolo lo hanno candidato a proseguire nella sua azione di governo anche dopo le prossime elezioni. C’è il problema del come procedere. Scartata l’idea di una sua discesa in campo in uno degli schieramenti che lo propongono, non resta altro che il Professore si trasformi nel simbolo aggregante dell’area dei cattolici-moderati. Il leader “super partes” – nel mondo dei cattolici – che prova a cucire i tanti strappi, spesso dettati da puri interessi di bottega, che hanno diviso in politica i cattolici in questi anni. Una vera e propria rivoluzione che coinvolgerebbe tutti i partiti. Ma per fare questo c’è bisogno di un grande convincimento personale di Monti che passa dall’idea che non è vero che l’Italia non ha bisogno di un radicato, forte partito dei cattolici. Forse pensando a queste tematiche istantaneamente a Mario Monti gli scoppierà una tremenda emicrania.