I partiti, il futuro e il professor Monti

(di Elia Fiorillo)

Settembre si sa è il mese delle feste dei partiti e del rilancio dei loro programmi. Stavolta gli eventi settembrini guardano alla costruzione del prossimo futuro. In campo ci sono scadenze importanti, tutte correlate tra di loro. Ci sono le elezioni politiche del prossimo anno, con quello che ne consegue relativamente alla nascita del nuovo governo “politico”. C’è la scadenza del mandato di Giorgio Napolitano, con le aspirazioni più diverse molte ancora non espresse. C’è poi la legge elettorale che tutti a parole vogliono cambiare, ma la “fumata bianca” dell’accordo nella maggioranza che sorregge Monti non si vede.
Il cambio del “Porcellum” non è cosa semplice. Gli addetti ai lavori sanno quello che esso significa nei meccanismi di consenso e di scelta dei futuri inquilini del Parlamento. Nelle maggiori formazioni politiche una nuova legge elettorale porta incertezze e possibilità oggettiva di cambiamenti dell’attuale assetto delle forze che aspirano al governo. Le preferenze preoccupano perché spostano l’asse di potere dei partiti. Non più il centralismo democratico romano, ma soprattutto il territorio con cui fare i conti, con le proprie
istanze ed i propri uomini. Per non parlare degli sbarramenti e dei premi di maggioranza. Insomma, ogni partito prova a inserire norme che possano portare acqua ai propri mulini e ciò è lecito. Sarebbe stato meglio però se il dibattito su una materia così delicata fosse affrontato a viso aperto, come il presidente della Repubblica ha auspicato, in modo che l’elettorato capisse bene i termini delle questioni e comprendesse chi prova a “ciurlare nel manico”.

Non sempre le ricette di Mario Monti hanno soddisfatto e convinto i suoi stessi sostenitori. Troppe tasse, troppa disoccupazione; una crescita economica che non si vede. Certo, c’è la congiuntura negativa, lo spread e tutto quello che ne consegue, ma la sofferenza nella società civile è palpabile. I privilegi
rimangono: sono stati solo un poco scalfiti. Sono i soliti noti a pagare, in primis il mondo del lavoro. Eppure il senatore a vita Monti, suo malgrado stante le dichiarazioni da lui fatte, si vede candidato premier per la prossima legislatura. Con lo slogan “dopo Monti c’è Monti” lo candida Pier Ferdinando Casini nell’occasione del lancio della sua “Lista per l’Italia”. Gli risponde con immediatezza il leader del Pdl, Angelino Alfano, che pur non scartando l’idea, pone una condizione non accettabile da Monti, cioè quella di farsi eleggere. Ed è evidente che il problema che gli si porebbe è quale compagine scegliere per farsi votare. Si possono ben immaginare i commenti, le illazione sulle scelte fatte dal suo governo se decidesse il grande passo del consenso elettorale.

Solo in un caso “dopo Monti ci potrebbe essere Monti”, se l’attuale maggioranza lo designasse prima delle elezioni, facendo una campagna elettorale ispirata all’attuale filosofia di governo con ipotesi migliorative condivise sulle tematiche che stanno più a cuore ai cittadini: lo sviluppo, l’occupazione, la pressione fiscale, la giustizia. Ma, in un’ipotesi del genere, il Pd, il Pdl ed il Centro di Casini andrebbero alle elezioni si
divisi, ma con un patto di futuro governo che sottoporrebbero agli elettori. Spiegando ai cittadini che “cambiare non si può”, per lo meno nella fase attuale. Utopie? Forse. In politica tutto può essere: mai dire mai.

Con Monti o senza di lui il Paese ha un problema serio da risolvere, che è quello di uscire dal tunnel della transizione che ormai si trascina da vent’anni. La seconda Repubblica è stata, per certi versi, la continuazione della prima con un grande limite: non c’erano più i padri fondatori. Non c’erano più gli argini tra le idealità e gli interessi personali e di gruppo. Soprattutto non c’era una visione realista del futuro, dell’Europa, della globalizzazione. Da questo punto di vista il governo Monti ha rappresentato il
ritorno alla realtà. Lo “Stop” forte e deciso con il passato. Con il professor Monti o senza di lui adesso ci vuole comunque il “Go”.