Trapani: indagine su un gruppo di finanzieri, avrebbero tradito la divisa

Sembrava fosse una storia di malcostume, malcostume “in divisa” ma sempre malcostume è. Un giorno di una estate di un quattro anni addietro un maresciallo della Guardia di Finanza fu fermato da agenti di Polizia (sezione di pg presso la Procura) mentre consegnava ad una persona un sacco (di quelli che di solito si usano per gettare via i rifiuti) con dentro tanta mercanzia, cinture, magliette, pantaloni, merce con false griffe. L’avevano seguito dalla caserma sino all’uscio di una abitazione, era pedinato da quando il suo nome era uscito fuori ascoltando le chiacchere telefoniche di alcuni delinquenti locali. Quella mercanzia che portava in auto il maresciallo Ernesto Fiorito era tutta roba che veniva fuori dal magazzino dei reperti sequestrati, da dentro una caserma delle Fiamme Gialle, merce sequestrata che invece di finire al macero, o tenuta sotto chiave costituendo prova di reato, finiva invece sul mercato clandestino, tornava, quella mercanzia, da dove era stata portata via solo che a venderla non sarebbero stati più extracomunitari ma italiani puro sangue e pure “protetti”, dalle divise, almeno così credevano che fossero. Quel maresciallo e il suo socio trovato a prendere quel sacco e portarlo in casa sua, tale Vito Naso, finirono subito in manette, l’indagine andando avanti fece scoprire l’esistenza di una vera e propria “banda Bassotti” all’interno della Compagnia della Guardia di Finanza di Trapani, un gruppo di finanzieri che avevano messo a reddito (in nero) le loro specialità, non a tutela della collettività, ma per favorire propri precisi interessi. Due di questi hanno chiuso i conti con la giustizia, il maresciallo Ernesto Fiorito (che ha preferito la strada della collaborazione) e il maresciallo Salvatore Scaturro (condannato a cinque anni per concussione, peculato e truffa), per altri si stanno per aprire le porte del Tribunale. La Procura di Trapani ha chiuso le indagini e si appresta a chiedere i rinvii a giudizio. Tra gli indagati c’è anche l’ex comandante della Compagnia, il capitano Dario Smecca. Non è una indagine di poco conto, per un paio di ruberie. E’ una indagine dove clamorosamente seduti sul banco degli imputati ci sono coloro i quali dovrebbero combattere la delinquenza, “grave – ha affermato il pm Andrea Tarondo, titolare dell’indagine, durante la requisitoria nel processo contro il maresciallo Scaturro – che in un territorio come quello di Trapani dove è alto il rischio delle estorsioni, dove la società ogni giorno fa i conti con soprusi e malcostumi, angherie e azioni criminose di diverso genere, è grave che chi dovrebbe garantire l’ordine, la sicurezza e la legalità si metta a delinquere, anche mettendosi a vendere merce sequestrata come cinture e quant’altro, ma non facevano solo questo”. Smobilitazione morale, disimpegno dei principi, doveri calpestati, la presunzione di potersi prendere qualsivoglia libertà, mentre ogni giorno si fanno appelli ai cittadini perché abbiano più fiducia nelle istituzioni. Come potere avere fiducia di un finanziere che poi sottobanco si mette a fare il commerciante di merce sequestrata? E non solo. Tra gli episodi emersi ve ne è uno eclatante. Protagonista un imprenditore edile, Mario Sucameli. Uno di quegli imprenditori che faceva parte della “corte” del capo mafia di Trapani Vincenzo Virga. Arrestato, Sucameli decide di collaborare. Anche lui pareggia i conti con la giustizia a proposito delle accuse di mafia, e torna a fare l’imprenditore. Sulla sua strada un giorno trova due finanzieri, uno è Scaturro. Lo fermano e gli fanno una contestazione. All’epoca si stava occupando di lavori di movimento terra per la costruzione di un ipermercato in città. Gli viene paventato il reato di abbandono di rifiuti. I finanzieri lo seguivano quasi che aspettassero il momento giusto. A Sucameli propongono subito la scorciatoia, la mazzetta per non avere fatta alcuna contestazione. Sucameli appena pochi giorni prima aveva finito di raccontare ai pm il “pizzo” pagato alla mafia per potere lavorare in tranquillità, ai pm, dopo essere stato fermato da quei finanzieri, tornò a raccontare, ma eprchè sollecitato a farlo, di un altro “pizzo” pagato…a dei finanzieri. La conclusione delle indagini è sintetizzata dalla Procura di Trapani in una ventina di pagine, l’avviso di conclusione dell’inchiesta preludio di una richiesta di rinvio a giudizio. Destinatari sono sottufficiali delle Fiamme Gialle, Giuseppe Guidoni, Giuseppe Di Noto, Mario Malizia, Guglielmo Montalto, e ancora Salvatore Scaturro per reati di appropriazione ed altri commessi tra il 2007 e il 2008, abbigliamento, cd, dvd, usciti dal magazzino dei reperti sequestrati e non più rientrati, perché rivenduti. Fino a 24 ore prima dall’esplodere delle indagini alcuni degli indagati era facile incontrarli vestiti con abiti griffati, scarpe Hogan ai piedi, la roba che sequestravano finiva anche addosso a loro, nessun superiore pare si ponesse domande su quei comportamenti. Anzi sarebbe anche accaduto che quando l’inchiesta divenne nota l’allora comandante della Compagnia, il capitano Dario Smecca, si sarebbe adoperato (con la presunta complicità dei sottufficiali Angelo Manzara e Giuseppe Piccinni) per ricostituire il magazzino dei reperti e il relativo registro, ma compiendo errori così grossolani da essere scoperto e per questo è finito anche lui sotto indagine. Un intervento pare per garantire il buon nome della Finanza, ma che se fosse andato in porto avrebbe protetto più che l’arma semmai degli indagati, indagati in divisa ma pur sempre indagati. L’avviso di conclusione delle indagini riguarda anche un maresciallo in pensione, Carlo Napoli, che dismessa la divisa si è occupato delle famigerate macchinette da video gioco sistemate nei bar. Subì anche lui un sequestro e a lui sarebbe stato permesso di entrare nel magazzino dei reperti dove si trovavano i video giochi per aprire le macchinette, rimuovendo i sigilli e prendersi i soldi che erano rimasti dentro. Una brutta pagina che riguarda le responsabilità di alcuni, una indagine che non fa di tutta la mala erba un fascio perché per fortuna ci sono gli anticorpi che funzionano capaci di pescare il marcio sia che si trovi fuori dal cesto che dentro lo stesso cesto.