Le procure sono il male?

Se un uomo potente, che nella sua vita politica è stato ministro dell’Interno e poi numero due del Consiglio superiore della magistratura, chiede l’intervento del Quirinale per difendersi da una indagine giudiziaria, fa bene. E Nicola Mancino, l’uomo potente in questione, ha fatto bene a chiamare in causa il consigliere giuridico di Napolitano, perché era un uomo terrorizzato. Ce lo ha spiegato ieri sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, Ernesto Galli della Loggia. Di cosa ha paura Mancino?, si chiede l’editorialista. “Di essere incastrato dai magistrati che conducono l’indagine. Cioé di diventare vittima di un qualche teorema, di un loro partito preso che lo trasformi da testimone in imputato…”. L’ex ministro dell’Interno, secondo Galli Della Loggia, teme i “teoremi” dei pm di Palermo. Quei magistrati che hanno concluso l’indagine sulla “trattativa” tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra negli anni delle stragi di mafia, e che per anni hanno lavorato per ricostruire cosa accadde nell’estate del ’92. Nelle settimane che separano gli assassini di Falcone e Borsellino, anche loro isolati e al centro di poderosi attacchi ai tempi del pool antimafia. Ma la vicenda delle indagini sulla trattativa e sui timori di Nicola Mancino, fornisce l’occasione all’editorialista del Corsera per una rilfessione più generale sul sistema giudiziario italiano. “Mancino non ha paura della giustizia, come invece piace fraintendere alla retorica giustizialista, bensì dell’Accusa, che è cosa assai diversa”. Il “male”, quindi, sono le procure, “i meccanismi inquirenti”, che terorizzano tutti, potenti e comuni cittadini, “il maggior numero dei membri del Parlamento e degli uomini dei partiti del centrosinistra”. Che però non parlano, si guardano bene dall’intervenire, per “il timore di passare da nemici dei giudici…”.
“E’ una visione apocalittica della giustizia italiana. Galli Della Loggia sa bene che le conclusioni dei pm sono sottoposte ad una serie di valutazioni, all’interno della procura e all’esterno di essa”. Pierfrancesco Morosini, segretario generale di Magistratura democratica, non condivide l’editoriale del Corriere. “La cosa che più mi colpisce in queste polemiche è che nessuno si pone il problema delle interferenze, nessuno spinge perché la giustizia faccia con tranquillità il suo corso. Qui siamo di fronte ad una indagine che cerca di far luce sulla trattativa Stato-mafia, per capire a che titolo e perché uomini delle istituzioni, pezzi dell’Arma dei Carabinieri e dei servizi, ebbero contatti con sensali di Cosa Nostra. Per un malinteso senso dello Stato? O per altro? Mi chiedo perché in questi lunghissimi venti anni, il Parlamento italiano non abbia istituito una commissione d’inchiesta per ricostruire la verità. Eppure, in altri momenti, della nostra storia, penso alle commissioni sulla P2 e sull’omicidio Moro, il Paese e le sue istituzioni seppero trovare momenti di verità”. Antonio Di Pietro è furibondo. “L’editoriale inizia con due parole: infondata polemica, in riferimento al ruolo del Quirinale in questa vicenda. Non sono d’accordo. In pochi abbiamo parlato e scritto di questa vicenda per sottolineare la gravità e la irritualità di un intervento a favore di un testimone. Altro che infondata polemica. Mi meraviglia che un giornale importante come il Corriere accolga tesi totalmente fuori dalla realtà, anticostituzionali. Quello che sta succedendo in questo Paese, con l’opinione pubblica che mette tutti nello stesso calderone, politici onesti e politici corrotti, guardie e ladri, magistratura contro politica, è anche colpa di questi intellettualoidi, di questi sapientoni che vogliono spiegarci come deve andare il Paese. Ha ragione il dottor Ingroia, questo Paese non vuole la verità sulle stragi di mafia, tutti gli sparano addosso, ma ha fatto solo la fotografia della realtà”. Andrea Orlando, responsabile Giustizia del Pd, nota un “salto logico nell’editoriale”. “Se Mancino non ha paura dei giudici, non ha neppure paura dei pm che non emettono condanne, fanno inchieste, poi ci sono i processi. Il nostro sistema giudiziario ha un suo equilibrio e capacità di discernere. Il problema è come l’indagine nelle sue fasi iniziali viene raccontata, il processo mediatico, gli articoli e i dibattiti in tv. Ma anche questo aspetto non lo risolvi a livello normativo. Individuare procure e pm come obiettivo è sbagliato”.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 4 luglio 2012)