Arraffaele,il governatore vicerè

“Potrei dimettermi anche domani”. Forse. Se ne va. No resta. Raffaele Lombardo è un enigma vivente. Sarà per i litri di le tisane che gli propina una fedele collaboratrice, sarà per i pezzettini di carta che con maniacale precisione e meraviglia dei presenti sminuzza e poi fa scivolare nella bocca, ma non c’è un gesto, una piega del viso, che faccia prevedere le intenzioni politiche del governatore-viceré. Per capire cosa farà bisogna chiederlo ad un gallo. Animale fierissimo, enorme nella stazza, che però parla inglese (è della pregiata razza Orpington). Stando a quanto scrive il settimanale siciliano “S”, insieme ad altre galline dal sangue blu sarebbe stato trasferito in fretta e furia dal palazzo presidenziale alla tenuta catanese del governatore. Un corteo di auto blu. “Arraffaele” lo chiamano i siciliani quando leggono della quantità di nomine, consulenze, assessori dell’interminabile 8 settembre di Palazzo d’Orleans. Un vortice: 110 nomine in 80 giorni. L’ultima di qualche settimana fa, il fedelissimo Antonio Andò viene scelto come consulente per “il monitoraggio delle iniziative e dei processi organizzativi e procedurali correlati ai rapporti istituzionali con gli organi della Regione e dello Stato”. Non si capisce quali dovranno essere le funzioni, soprattutto in una Regione che ha un numero di dipendenti spropositato. Diciottomila, che sommati a quelli delle società controllate e ai contratti a termine, fanno la bellezza di 28796 stipendi. Compresi 23 giornalisti assunti all’epoca dal predecessore Totò Cuffaro (stipendio mensile di 3800 euro e qualifica di redattore capo) e confermati da “Arraffaele”. Il Presidente che al suo diretto servizio ha qualcosa come 1395 dipendenti della Regione. La Sicilia è sull’orlo del fallimento, con Monti e Napolitano che meditano misure drastiche. Non escluso il commissariamento. “Ma sarebbe un golpe”, manda a dire il governatore-viceré sperando di suscitare nei siciliani alla canna del gas sciagurati ardori indipendentisti e sentimenti anti-italiani. “Io sono un antico autonomista. E lo sono non per apologetiche rievocazioni di un antico Parlamento siciliano…Né lo sono in ammirata contemplazione del Parlamento del 1812, dominato da elementi demagogici, i quali dilazionavano la votazione del bilancio, non curandosi di lasciare senza paghe gli impiegati e la truppa”. Parole pronunciate da Enrico La Loggia, uno dei padri fondatori del Parlamento siciliano il 19 dicembre 1945, che ricordano molto da vicino la situazione di oggi. La Sicilia è a un passo dal default, Palermo come Atene. La festa è finita, la Ue taglia 600 milioni di euro giudicando ridicolo e offensivo l’utilizzo dei fondi stanziati per l’Isola, ma Lombardo non molla. Se Ivan Lo Bello gli chiede di sfoltire i ranghi della burocrazia e del “nominificio” regionale, va su tutte le furie. “Io non licenzio, piuttosto vadano a morire ammazzati. Cosa cazzo credono Monti e compagni”. Ma su una cosa ha ragione “Arraffaele”, la voragine di 5,3 miliardi di euro nella quale la regione sta sprofondando non l’ha scavata solo lui. Prendete gli anni di Totò Cuffaro e quei 7209 precari assunti nella malanotte del 22 luglio del 2005. Confindustria fece i diavoli a quattro, ma “Vasa-vasa” non mollò. Quella era la sua base elettorale che lo festeggiò nel regno di Raffadali in una festa con settemila cannoli. “Da quando ci sono io ne ho sistemati 28mila”, ricordò tra gli applausi. Si spiega anche così, e con un disegno di legge che offriva ai dipendenti regionali la possibilità di andare in pensione a 50 anni con soli 25 di anzianità, il miracoloso lievitare della spesa regionale. Più 125,7% nel meraviglioso decennio Cuffaro-Lombardo.
Al resto, alla spoliazione delle casse regionali per favorire amici e clientele, ha provveduto “Arraffaele”. Le ultime nomine sono legna buona per alimentare tutti i forni dell’antipolitica. Eugenio Trafficante, nominato in una società informatica della Regione, ma impossibilitato ad esercitare la funzione perché in galera per stalking. Tony Rizzotto, ex deputato Mpa, scelto per il vertice di “Sicilia lavoro”, che risulta incompatibile e al suo posto fa nominare la fidanzata. E poi la girandola di assessori: quattro dimissioni e quattro cambi in soli cinque mesi. Uno scenario da “Salò e le ultime giornate di Sodoma”, possibile solo grazie alla totale assenza di ogni forma di opposizione. Pdl e Udc sono alla finestra, in attesa di raccogliere le spoglie del sistema di potere di Lombardo. Il Pd è semplicemente alle corde. Nel 2009 Massimo D’Alema scese a Palermo e fu colpito dall’autonomismo di Lombardo. Davanti ad una meravigliosa orata i due firmarono un patto che dura ancora oggi. Alle ultime comunali (Pd praticamente sparito da Palermo) il conto è stato salatissimo. Alle prossime elezioni regionali andrà anche peggio. Beppe Lumia, Antonello Cracolici, Mirello Crisafulli, sono gli uomini che hanno governato con Lombardo e impedito fino all’ultimo la presentazione di una mozione di sfiducia al governatore. In nome di un autonomismo siculo falso e sprecone.