Storie vere: veramente?

Attenti a chi racconta ‘storie vere’. In base al principio di relatività della verità, infatti, le storie vere facilmente si trasformano in poco vere o, meglio ancora, diventano addirittura sbagliate. Errori di stampa, refusi? Fatto sta che la letteratura – sempre più vasta – sulla mafia si ripropone spesso in tutta la sua inesattezza, nonostante la mole di volumi dedicati all’argomento. L’ultimo in ordine di apparizione è il testo di John Follain che mi è capitato di comprare e leggere. Alla quarta di copertina già rimango senza parole. Refuso? Errore di stampa? Sarà. Ma fa un certo effetto leggere – nel libro che racconta la ‘storia vera’ dei ‘cinquantasette giorni che hanno sconvolto l’Italia; perché Falcone e Borsellino dovevano morire?’ – che è riportata la data del 12 luglio in riferimento alla strage di Via D’Amelio. Probabilmente la responsabilità non è dell’autore ma della casa editrice? del correttore di bozze? non si sa. Ma una distrazione così grossolana si trasforma in disinformazione e, semplicemente, è un’altra storia, non quella vera! Superato il ‘piccolo’ refuso, vado avanti e mi ritrovo – ancora – la storia dei Beati Paoli e la mafia secondo Buscetta che non ha mai smesso di credere alle leggendarie origini. Lo scrittore – giornalista di fama internazionale – chiarisce subito e con convinzione che la mafia affonda le proprie radici nel XIX secolo “come strumento di proprietari terrieri assenti, preoccupati di difendere i loro possedimenti siciliani. Ma era una realtà troppo prosaica per i mafiosi, e lo stesso Buscetta non cessò mai di credere nei Beati Paoli e nel codice d’onore di Cosa nostra”. E così comincia a finisce la storia, in un rigo è spiegata l’origine, mentre gli storici ancora non si raccapezzano in merito a nascita e evoluzione del fenomeno. Inoltre il legame fra origini e codice d’onore andrebbe ricostruito, l’uno non significa l’altro. Come nelle migliori fiction su Cosa nostra il racconto prosegue spedito, “carico di testimonianze inedite, – scrive parte della critica – cronaca avvincente di un libro che si legge come un romanzo ma invece è storia vera”. Si arriva velocemente alla fine e si giunge alla nuova Cosa nostra, quella storia vera che ancora non è stata raccontata perché è in evoluzione. Così come non è stato raccontato che fine hanno fatto i documenti che non furono trovati nel covo di Riina e che, forse, potrebbe possedere Matteo Messina Denaro, l’ultimo padrino, il boss latitante dal 1993. Per lo scrittore ‘u siccu, è un “trafficante di droga” che spende “i suoi soldi sporchi in vestiti Versace, orologi Rolex e in champagne Cristal”. Per raccontare Diabolik – altro appellativo di Matteo Messina Denaro – lo scrittore si è servito della testimonianza di Salvatore Grigoli, che pare abbia aiutato il boss a “restare latitante”. Anche se Follain ricorda Messina Denaro come il nuovo capo dei capi, non va oltre le parole del pentito Grigoli. Sappiamo bene che ‘u siccu, l’invisibile, il superlatitante di Cosa nostra non è un ‘trafficante di droga’. Ma questa è un’altra storia, non quella vera! Ah, a proposito, ma siamo proprio sicuri che Matteo preferisce il Cristal?!