L’Italia dei poteri forti

Homo hominis lupus. L’espressione latina sintetizza perfettamente il carattere egoistico dell’uomo che cerca d’imporsi sull’altro uomo. E, nei giorni in cui non si sente altro che parlare di ‘poteri forti’, è opportuno fare una distinzione fra poteri e poteri, per non cadere in forme generalizzazione a cui ci stiamo abituando. Un termine troppo abusato in maniera arbitraria. L’obiettivo sembra essere quello di destabilizzare o confondere l’opinione pubblica. E allora se cambiano i vertici in Rai è colpa “dei poteri forti”; di fronte alle scelte politiche, economiche del governo si parla ancora di “poteri forti”; se parliamo di mafia – indistintamente – è sempre colpa dei “poteri forti” e così via verso quello che in filosofia della comunicazione potrebbe intendersi come un regresso all’infinito. Una opportunità di risolvere il problema in due battute senza possibilità di analisi e senza spiegare esattamente cosa succede. I critici dei “poteri forti” il più delle volte sono quelli che vorrebbero ricoprire i posti occupati dai “poteri forti”. Sembra un gioco di parole ma ci deve portare a riflettere sul concetto di ‘potere’ e sul concetto di ‘forte’. Il legame che l’uomo ha col potere è alla base delle teorie di Hobbes prima e Max Weber poi. I grandi del pensiero politico e filosofico hanno capito qual era l’importanza del potere nella società moderna e come questo poteva modificare i comportamenti del singolo che per costrizione o per opportunità accetta o è soggetto al potere. L’egoismo nella maggior parte dei casi porta a accettare il potere. Oggi a fianco alla parola ‘potere’ l’uomo sceglie di accostare anche la parola ‘forte’. Non più un concetto filosofico ma una etichetta da affibbiare a qualcuno ogni qual volta le cose non vanno come vorremmo, dimenticando così i veri ‘poteri forti’. La stampa italiana è un pezzo serio di potere, così come lo è la politica, così come lo è la finanza e l’economia. Ma quanto sono ‘poteri forti’? E in che misura si possono anteporre ad altri tipi di ‘poteri forti’? La polemica sul nuovo corso in Rai apre a questo tipo di riflessioni. Chi l’ha detto che un giornalista non sia più forte di un banchiere? Sempre di poteri si parla, qual è il metro di misura che determina il più forte? E quando la parola potere non basta arriva subito in aiuto la parola ‘forte’. In principio furono i servizi deviati, la massoneria, oggi ‘potere’ e ‘forte’ possono essere utilizzate ad usum. È una rivoluzione linguistica e di pensiero. Tutti criticano i poteri forti ma vorrebbero essere poteri forti. Fino a poco fa parlavamo di poteri forti riferendoci alla politica di Berlusconi. Ora ci dimentichiamo di quegli anni e miriamo a conquistare delle poltrone che ci potrebbero fare comodo. Critichiamo ma non vogliamo essere criticati. Le accuse ai banchieri che non guardano la televisione o ‘hanno una banca nel cervello’ appaiono quanto mai ridicole se pronunciate da chi, impegnato nella guerra alla conquista della poltrona con carica di ‘potere forte’, esce sconfitto. Le parole diventano l’arma con cui convincere e non uno dei migliori mezzi che l’essere umano ha a disposizione per articolare proposte concrete che vadano verso la risoluzione dei problemi. Nell’era della comunicazione mediatica finiamo tutti per essere inglobati dall’arcipelago delle contraddizioni. Il dilemma resta: quali sono oggi i poteri forti? Chi è più forte di chi e perché?