Quelle polemiche tra Falcone e Orlando

Onorevole Orlando, le leggo le parole dell’intervista di Maria Falcone pubblicate dal “Corriere della Sera”. “Il tradimento di Orlando fu ancora più doloroso perché era il tradimento di un amico. Lo visse così Giovanni e l’ho vissuto così io stessa. Orlando deve dire solo quattro parole. Con Falcone ho sbagliato”.
Siamo in macchina con Leoluca Orlando tentando di uscire dal traffico di Palermo per imboccare la strada verso Cinisi. Si va alla manifestazione per ricordare Peppino Impastato. Orlando ascolta, ma quella frase la conosce. L’ha letta, ha riflettuto su quella parola, “tradimento”. Si è tormentato. “C’è la dimensione insuperabile del dolore nelle parole di Maria Falcone, e c’è tantissima umanità. Sentimenti che rispetto profondamente. Per questa ragione rifletterò con lei ad alta voce con uguale intensità umana, e se permette, con autentico dolore. Ma sarebbe irriguardoso nei confronti della memoria di Falcone e poco rispettoso del dolore dei suoi familiari, dire sì, ho sbagliato. Va di moda, si fa così, si rilegge con semplicità la storia, anche quella più tragica che ci ha visti protagonisti, e tutto torna al suo posto. Tutto si aggiusta, soprattutto se si è in campagna elettorale. Ma non è serio, non è onesto intellettualmente, non è giusto. Su quella mia ossessiva richiesta di fare luce sui rapporti tra mafia e politica, tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra, si innestò una polemica terribile, che divise me e Giovanni Falcone, ma fu anche l’occasione per quei settori della politica e delle istituzioni che odiavano sia me che Giovanni, per metterci l’uno contro l’altro e attaccare l’antimafia. Era una polemica giusta, che io, politico, dovevo fare. Furono sbagliati i toni? Certo, può essere, ma andiamo con la mente a quegli anni esasperati, dove contavamo i cadaveri di persone a noi carissime uccise per strada. Oggi tutti parlano di mafia e politici, di mafia e pezzi dello Stato. Allora a denunciare tutto questo eravamo in pochi”. Ma lei e Falcone eravate amici, ne celebrò il matrimonio con Francesca Morvillo, con le famiglie faceste anche un viaggio in Russia, poi la rottura. “Lei sta ricordando uno dei rari momenti di serenità della nostra vita. Giovanni Falcone, sua moglie, Paolo Borsellino e tutta intera la sua famiglia, vivevano da reclusi. Con me in quegli anni viaggiavano dodici uomini di scorta, mia moglie e le mie figlie per motivi di sicurezza spesso vivevano fuori Palermo. Sapevamo tutti, in quella stagione terribile, di essere nel mirino, non solo della mafia, ma di pezzi di istituzioni che uccidono con le mani della mafia”. La macchina è ferma in via Libertà. “Ecco, guardi quel palazzo, è qui che uccisero Piersanti Mattarella il 6 gennaio 1980. Ero il suo consigliere giuridico alla Regione, per questa ragione il magistrato di turno, che era un giovane Piero Grasso, mi interrogò. Gli portai carte e documenti, gli parlai di appalti che venivano vinti sempre dalla stessa impresa in odore di mafia, di gare con un solo partecipante. Poi mi interrogò Rocco Chinnici. Un gigante. Gli dissi che era impensabile che la mafia da sola decidesse di uccidere il democristiano più potente in Sicilia, il presidente della Regione, senza il coinvolgimento di pezzi del sistema di potere. I Salvo, i Lima, la corrente andreottiana. Chinnici mi guardò e mi disse: posso anche pensare le stesse cose che pensa lei, ma la differenza tra noi due è che io sono un magistrato e ho bisogno di prove granitiche per affrontare i processi, ma lei continui a denunciare, così ci aiuterà”. Arriviamo a Cinisi, vecchie bandiere rosse di Democrazia Proletaria, il movimento di Peppino Impastato, tantissimi ragazzi che vogliono sapere, e uomini maturi che non vogliono dimenticare. “Qualche giorno dopo l’omicidio di Peppino io e Piersanti Mattarella venimmo qui per un comizio della Dc. Ci fischiarono, ci chiamarono assassini. Piersanti era colpito, ma mi disse che quei ragazzi avevano ragione. Ma non sanno, aggiunse con le lacrime agli occhi, che Impastato è stato ucciso dalla mafia, io sarò ammazzato dalla mafia e da quei settori del mio partito collusi. Erano questo quegli anni in Sicilia. Cosa Nostra aveva il volto dello Stato e lo Stato aveva il volto di Cosa Nostra. Potrei rispondere a chi mi punta il dito contro, con il gesto affettuoso di Paolo Borsellino il 25 giugno alla Biblioteca comunale, con il fatto che candidammo Antonino Caponnetto con noi della Rete, con le parole di stima di Salvatore Borsellino, persone che se mi avessero ritenuto un traditore di Falcone mi avrebbero evitato come un appestato, ma non lo faccio. Chi mi chiede se ho sofferto nella polemica con Giovanni, non conosce l’intensità dei rapporti tra me e lui”.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano 10 maggio 2012)