Palermo sono io

Amore e odio. Non c’è nessun personaggio politico come lui che riesca a concentrare su di sé sentimenti così contrastanti. E sì che Palermo e la Sicilia sono luoghi di passioni forti, ma Leoluca Orlando batte anche qui, nella terra della Cavalleria rusticana, ogni record. Ha rastrellato voti in tutti gli ambienti della città. Nei salotti buoni della raffinata intellettualità e nei quartieri più popolari. “Anche il sindaco Orlando gusta il gelato di Punta Raisi”, c’è scritto su una scassatissima Ape al Quartiere Borgo Nuovo. “Sinnacollando”, assaggia, urla il “quarumaro” al mercato del Capo porgendo un piatto di interiora di vitello bollente all’uomo che 27 anni fa eragià sindaco e che si ripropone di salire a Palazzo delle Aquile per la quarta volta.
Allora tocca a uno che di politica palermitana ne capisce assai come Gianfranco Micciché, che nel 1997 voleva fare il sindaco ma fu battuto proprio da Orlando, dire la sua. “La storia di Orlando andrebbe studiata a Oxford. Lo ammetto, avevo sbagliato tutte le previsioni, pensavo fosse ormai finito e invece… Perché i palermitani lo hanno votato? Per protesta e perché hanno ancora bisogno di un papà. Ecco, torna papà Orlando che ci abbraccia, ci consola e ci fa sentire importanti. Certo, poi dalle parole deve passare ai fatti e qui sono dolori”. Odio e amore, venerazione e disprezzo. “You Tube” è piena dei vecchi filmati che ritraggono Fabrizio Ferrandelli, l’avversario più importante di Orlando in queste elezioni, quando stravedeva per il suo Luca. Entusiasmo alle stelle, ammirazione smisurata. Poi disprezzo: “Orlando è il vecchio, lui voleva mettermi il collare ma io mi sono ribellato”. Anche Vito Riggio, uno dei potenti ras della Dc palermitana del secolo passato, era un grande amico di Leoluca. Erano stati compagni di studi e Vito si era fatto in quattro perché nel 1985 la Dc eleggesse il trentottenne professore sindaco al posto di Elda Pucci, la più votata. “A Palermo si è costruita una trincea contro la mafia”, disse convinto. Salvo cambiare idea, e di brutto, qualche anno dopo. Quando Luca imbarcò nella sua giunta anche i Verdi e i comunisti e quando pose al suo partito un diktat sulle candidature alle europee. In Piazza del Gesù sedeva Arnaldo Forlani, a Palazzo Chigi Giulio Andreotti, entrambi volevano candidare Salvo Lima. “O me o lui”, tuonò Orlando. Scelsero Lima, Leoluca lasciò Palazzo delle Aquile e la Dc al posto suo elesse un nuovo sindaco, il carneade Domenico Lo Vasco, e l’amico Riggio fu spietato. “Orlando è un ricattatore, un raccoglitore di delazioni”.
Attacchi e veleni nella Palermo tra gli anni Ottanta e Novanta. ANNI DI OMICIDI eccellenti e di magistrati, poliziotti e politici come Mattarella e La Torre massacrati dalla mafia. Anni di speranze con “La Rete”, il movimento fondato da Orlando con Claudio Fava, Nando Dalla Chiesa, Carmine Mancuso, e con la copertura ideologica del gesuita padre Pintacuda. Ma sono anche gli anni del pool, di Leonardo Sciascia che si scaglia contro “i professionisti dell’antimafia ” e delle polemiche aspre con Giovanni Falcone . “Orlando non è degno da sindaco di Palermo di andare a Capaci”. Nel ventennale delle stragi, il giovane Ferrandelli piega la storia a uso e consumo della battaglia elettorale. Una ferita mai rimarginata quella degli attacchi di Orlando a Falcone. 1990, a Samarcanda di Michele Santoro , e poi in diverse interviste, Orlando accusa la magistratura palermitana di tenere chiuse nei cassetti le prove sui politici mafiosi. Falcone replica, accusa Orlando di “fare politica attraverso il sistema giudiziario”, è costretto a difendersi finanche davanti al Csm. Una storia tristissima che viene ricordata nel libro di Maria Falcone (“Giovanni Falcone, un eroe solo”, Rizzoli), in un capitolo che gronda amarezza fin dal titolo. “Erano amici”. La sorella del giudice ucciso a Capaci ricorda il matrimonio di Giovanni e di Francesca Morvillo celebrato da Orlando, i viaggi insieme in Russia. E la rottura. “Orlando voleva diventare l’unico paladino antimafia. Ecco perché trovò un anello debole, un pretesto per attaccare Giovanni e subentrare al suo posto nel favore della collettività. Sarebbe così diventato il simbolo dell’antimafia. Fu una operazione politica. Pericolosissima”. Una brutta storia italiana e siciliana, che lacera anche i parenti delle vittime di stragi di mafia.
Un anno fa, Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via D’Amelio, decise di parlarne pubblicamente. Quello tra Orlando e Falcone è “un presunto contrasto che viene tirato fuori ad arte per screditare Leoluca Orlando. A me basta il giudizio di mio fratello. Nell’ultimo incontro che fece alla biblioteca comunale di Palermo, mettendo un braccio sulla spalla di Leoluca, Paolo lo chiamò “l’amico Orlando”. Mio fratello non avrebbe sicuramente riservato quel’appellativo, che usava raramente, a una persona che riteneva un traditore di Giovanni Falcone”. E Orlando? Giudica “vergognose” le polemiche sulla vicenda. Abbiamo saputo che tra i messaggi ricevuti in queste ore c’è anche quello di Salvatore Borsellino. Gli chiediamo di mostrarcelo. “No, è una cosa privata. Una di quelle cose per le quali vale la pena battersi”.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 9 maggio 2012)