Operazione ‘Alba di Scilla’: l’A3 la in mano alla cosca Nasone – Gaietti

La mafia che vive di prestigio, di rispetto, assoggetta anche le vittime che non possono ribellarsi all’intimidazione e alla richiesta del pizzo. Anche questi aspetti emergono nell’operazione odierna denominata ‘Alba di Scilla’, che ha svelato l’operatività della cosca Nasone – Gaietti nel territorio di Scilla, soprattutto per quanto riguarda la richiesta del ‘pizzo’ alle numerose imprese impegnate nei lavori di ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria. Dodici le persone sottoposte a fermo d’indiziato di delitto, a seguito dell’operazione dei carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria che hanno eseguito il provvedimento emesso dalla Procura della Repubblica reggina – Direzione distrettuale antimafia. Nell’indagine emerge un colloquio tra l’indagato Francesco Nasone e Rocco Callore (soggetto vittima pochi giorni prima dell’incendio di un suo mezzo utilizzato per la vendita di panini e bevande al porto di Scilla). Quest’ultimo, pienamente consapevole del coinvolgimento del suo interlocutore nel danneggiamento, si piega comunque all’atto di intimidazione e chiede di poter “risolvere” la questione con Francesco Nasone, senza disturbare il padre Giuseppe Virgilio Nasone, di cui chiaramente riconosce il prestigio e l’autorità. Le indagini sono partite dal 19 marzo 2011, quando l’imprenditore catanese, Giuseppe Fabio D’Agata, titolare della ditta ‘Consolidamenti Speciali Srl’ – società incaricata di effettuare i lavori di consolidamento di un costone roccioso per conto dell’Anas sulla SS18, denunciava ai carabinieri della Stazione di Scilla, l’incendio di un compressore e il successivo 28 marzo, lo stesso imprenditore denunciava ai carabinieri l’incendio di circa 1000 mq di rete utilizzata per il contenimento di massi. D’Agata spiegava ai carabinieri che “25/05/2011 venivo avvisato da un mio dipendente che nella stessa giornata, intorno alle 13.00, veniva avvicinato da una persona, la quale gli chiedeva di contattare il responsabile dell’impresa, perché se ciò non fosse avvenuto gli stessi avrebbero dovuto abbandonare il cantiere e andare via. L’atteggiamento era intimidatorio e arrogante”. E così anche le altre intimidazioni, nell’escalation criminale ricostruita dai carabinieri. Il 19 febbraio 2012 veniva incendiato un autocarro adibito alla vendita dei panini; il 20 febbraio 2012 la ditta ABS Ing.Srl denunciava che ignoti avevano danneggiato vetri di protezione di 3 mezzi da cantiere e avevano posizionato delle bottiglie incendiarie nelle vicinanze dei mezzi; il 2 marzo 2012, la Compagnia Portuale ‘Tommaso Gullì Srl’ denunciava che ignoti avevano danneggiato vetri di protezione di una autogru da cantiere e avevano posizionato liquido infiammabile a bordo del mezzo; il 4 marzo 2012 la ditta ‘Fondazioni Speciali’ denunciava che ignoti avevano danneggiato con corpo contundente, il quadro elettrico della macchina perforatrice; mentre il 9 marzo 2012, sempre la stessa ditta denunciava che ignoti avevano danneggiato il quadro di comando della macchina perforatrice posizionata all’esterno del cantiere. Le indagini esperite dal Nucleo Investigativo e dalla Compagnia di Villa San Giovanni hanno accertato altresì l’esistenza e l’operatività della cosca di ‘ndrangheta Nasone-Gaietti. Le attività investigative, dopo l’arresto in fragranza del pregiudicato Giuseppe Fulco, per il reato di estorsione aggravata commesso nel giugno del 2011 ai danni di una impresa impegnata nei lavori di ammodernamento dell’autostrada, accertavano l’esistenza della cosca e permettevano di delinearne la composizione e le gerarchie interne, nonché individuare i fini perseguiti (nello specifico la richiesta del pizzo dalle imprese impegnate nei lavori sulla A3). La conoscenza precisa dei luoghi e delle realtà lavorative delle ditte impegnate era delle volte favorita dall’assunzione nelle stesse ditte di accoliti che diventavano veri e propri collegamenti con i criminali di riferimento. Il metodo d’intimidazione era puntualmente pianificato. Ogni atto – annotano i carabinieri – faceva parte di una “strategia della tensione” senza soluzione di continuità. In questo modo la cosca mafiosa ha condizionato lo svolgimento della vita economica e sociale della comunità scillese, non risparmiando neppure le piccole attività economiche del territorio.