E la chiamano antipolitica

Seguire il dibattito elettorale e post-elettorale in uno dei fine settimana più tragicamente turbolenti di cui possiamo avere recente memoria sarà stato, salvo che per gli analisti e gli opinionisti prezzolati, questione di secondo piano un po’ per tutti. L’attentato dinamitardo a Brindisi ed il sisma in Emilia sono state due pugnalate arrivate in rapida successione dritte al cuore di ogni italiano. Ma l’impressione, netta e persistente, è che il sisma più grande ora, è dentro ognuno di noi. Il terremoto della sfiducia, dello sconforto, quelle scosse che fanno perdere di vista ogni punto di riferimento. Una delle espressioni che è andata per la maggiore sabato scorso nel variegato mondo della blogsfera (che a volte si scopre sorprendentemente piatto) è stata “strage di Stato”. Non passano nemmeno due ore da quando le agenzie battono la drammatica notizia, che girano frasi altisonanti come “la mano è mafiosa, la strage di Stato”. “Stato”: una parola che ormai sentiamo cosi distante da noi, che guardiamo con cosi poca fiducia, da non aver il minimo remore a coprirla di fango senza la minima ratio. Lo Stato non siamo più noi, non siamo più milioni di persone che tirano avanti un carro chiamato Italia. E’ qualcosa all’infuori, un corpo estraneo che non solo non ci appartiene, ma verso cui nutriamo diffidenza e paura. Dovremmo iniziare, e forse il momento è veramente arrivato da un pezzo, a distinguere nei fatti lo “Stato” dalla “politica” che lo governa. Eppure dopo queste elezioni, un segnale, a quella politica, è arrivato forte e chiaro. Ciò che non è arrivato, è stata una risposta vera da parte di quel mondo politico che è stato scosso dalla base. Un mondo che si dimostra sempre più cieco, sordo e incapace di comunicare. Davanti alla volatilizzazione del PdL, fu partito di governo nell’ultimo ventennio, all’indebolimento della Lega, ad un sostanziale consolidamento del centro-sinistra ed a quel fenomeno – politicamente – paranormale che è il M5S divenuto terza forza politica del paese, la politica riesce solo a giocare a chi ha vinto e chi ha perso. Ad additare chi ruba i voti, a dire che in effetti non è andata proprio male, che forse cambiando un po’ le carte in tavola la prossima volta andrà meglio. Nessuno che parli di programmi, di questioni che stanno veramente a cuore ai cittadini, nessuno che sappia leggere questi numeri con un minimo di onestà e riconoscere, una volta per tutte, che gli elettori italiani hanno fame di nuova sostanza che vada a riempire una classe amministrativa ormai in stallo. L’immagine che trovo più rappresentativa di questo quadro è quella di Bersani che, leader della prima forza politica italiana, non riesce a fare niente di meglio che sventolare un grafico a barre che mostra come la stragrande maggioranza dei voti di queste amministrative siano andati al centro sinistra, in barba a Grillo e a tutti quelli che puntano i riflettori su Parma. Per poi sottolineare che in alcuni comuni – proprio come Parma – non si può parlare di sconfitta, ma di “non-vittoria”. Ma la priorità, in questo momento, è davvero dimostrare di saper piantare più bandierine del proprio colore, manco stessimo giocando a monopoli? Non sarebbe più opportuno chiedersi innanzitutto perché una percentuale enorme di aventi diritto al voto non vede un’urna da anni? Chiedersi quali siano le loro esigenze, le loro aspettative, formulare un programma in grado di includere i bisogni reali di tutti? La vittoria del movimento di Beppe Grillo è stata chiara ed inequivocabile. Una forza passata dal nulla al 14% dei consensi sull’onda di argomenti apparentemente semplici e spesso brutali, quei vessilli storici che il genovese porta avanti da anni: le battaglie sull’ambiente, sulla tecnologia, sui costi della politica. Argomenti spesso oltre il confine dell’utopia e della faziosità, come quelli sulle politiche monetarie e sul debito, espressi da un leader che sembra incapace di comunicare con chiunque sia al di fuori della sua compagine. Ma argomenti che evidentemente parlano al cuore ed alla mente di qualcuno, e ignorare tutto questo è un errore madornale per i politici “di professione”. Fa riflettere che due settimane fa il presidente Napolitano abbia platealmente glissato una domanda sul “boom” elettorale dei grillini: un po’ come se l’arbitro di un Lecce – Juventus finito 4-2 negasse di aver visto una vittoria schiacciante e sorprendente. E fa riflettere ancora di più il fatto che a classificare il Movimento come “antipolitica” siano dei politici di professione. Che magari sono da vent’anni in parlamento, che magari viaggiano sull’autoblu, che magari vanno in pensione dopo cinque anni di lavoro. Ma siamo sicuri che siano ancora loro la politica vera, e che non sarebbe ora di riappropriarci anche di questo termine?