L’avvocato delle cause invisibili

E’ inutile, a volte, fare tanto i perbenisti. Potrebbe farci crescere di più il semplice guardarci dentro e confessarci serenamente che i pregiudizi che nutriamo nei confronti di molti dei nostri simili sono molto più numerosi di quanti ne lasciamo vedere. Ammettere che ci sono realtà a noi molto vicine, che crediamo di conoscere, che crediamo familiari e già archiviate in un angolo della nostra mente. Pensiamo ad un barbone. Perché si, il termine “politicamente corretto” è clochard, ma in cuor nostro, nei nostri discorsi da bar, resterà al massimo un vagabondo. Di cosa potrebbe aver bisogno, nel caso volessimo alleggerirci la coscienza? Di un pasto caldo, di una coperta, più semplicemente di due spiccioli. Molto più difficilmente potremmo pensare che proprio quel barbone ha bisogno di una mano per esercitare quei diritti che noi ci vediamo garantiti come l’aria che respiriamo. Quei diritti che se esistono e per noi sono cosi a portata di mano, è perché sono scritti da qualche parte nella nostra Costituzione. Per qualcuno, invece, le cose sono più difficili, perché quando vivi fuori casa non ti viene a mancare sopra la testa solo un riparo dalla pioggia e dal freddo. Ma anche, troppo spesso, la tutela della tua dignità di uomo. Tutela che, per tutti noi, parte proprio dalle leggi. Ma se per molti di noi ripararci sotto il tetto della legislazione è cosa abbordabile, per chi non ha nulla può rimanere a volte un’utopia. E’ per trasformare questa utopia in realtà che nascono gli Avvocati di Strada, un progetto che ha visto la luce a Bologna nel 2000 e che oggi è presente con 19 sportelli su tutto il territorio nazionale per dare assistenza a tutti le persone senza fissa dimora. Ogni sportello è un vero e proprio piccolo studio legale adibito all’accoglienza, alla consulenza ed all’apertura delle pratiche Una rete animata da piccolo esercito di professionisti del foro che in questi anni ha portato avanti, in maniera del tutto gratuita, centinaia di cause di diritto civile e penale, ed un numero incalcolabile di consulenze gratuite. Ci facciamo raccontare qualcosa in più di questa bella iniziativa dal presidente della onlus, l’avvocato Antonio Mumolo.

Telegraficamente, chi è e cosa fa un avvocato di strada?

Un avvocato di strada è un volontario che dedica una parte del suo tempo compatibile con la sua attività professionale, i suoi hobby e la sua famiglia. Ha un titolo ed un studio e può dedicare due ore al mese come due ore alla settimana per aiutare, dal punto di vista giuridico, persone che vivono in strada, in stazione o nei dormitori. Il che non vuol dire solo attività di consulenza: noi facciamo proprio cause per le persone senza fissa dimora.

Il prossimo 28 aprile si terrà a Bologna un vostro convegno dal titolo “I diritti al tempo della crisi”: perché avete scelto questo tema?

Abbiamo visto che le cose negli ultimi anni sono un po’ cambiate, ed anche per quanto riguarda i diritti delle persone che finiscono in strada ci sono stati dei mutamenti. La crisi ha portato ad un indebolimento della tutela giuridica per le persone, in particolare per le persone più deboli.

Quali sono le problematiche che gli avvocati di strada si trovano a fronteggiare più di frequente?

Nel civile, le questioni più importanti sono quelle che riguardano al residenza. E’ il problema di tutte le persone che finiscono in strada, perché purtroppo – pochi lo sanno – quando una persona finisce in strada perde la residenza perché viene cancellata dalle liste anagrafiche del proprio comune. Nel momento in cui viene cancellata perde anche una serie di diritti che sono costituzionalmente garantiti: per esempio senza residenza non c’è diritto all’assistenza da parte del Servizio Sanitario Nazionale, ma solo a prestazioni di pronto soccorso, per cui in strada si può tranquillamente morire senza aver diritto ad un medico di base, non vengono curate le malattie che necessitano di assistenza continua, come l’epatite o il diabete. Senza residenza, niente diritto al lavoro, non si può aprire una partita iva. Nessun diritto politico, perché si perde anche il diritto di voto. Senza residenza non si ha diritto a nessun tipo di prestazione previdenziale, perché l’Inps non paga: anche se una persona ha pagato i contributi per quarant’anni e poi finisce in strada, non può percepire la pensione. Questo è uno dei problemi fondamentali che riscontriamo ovunque apriamo uno sportello, e siccome i sindaci che pure devono dare la residenza per legge, cercano di interpretare la legge in maniera “restrittiva”, ci troviamo a dover fare delle cause.

A suo avviso come dovrebbe cambiare la legislazione in materia, per fare dei passi avanti?

Si possono fare dei passi avanti, e noi abbiamo anche fatto una proposta di legge. Ad esempio, sul diritto alla salute: la questione della residenza è prevista dalla legge istitutiva del SSN, questo perché se una persona usufruisce di una prestazione sanitaria fuori regione a pagare è l’Asl di residenza, quindi sostanzialmente la residenza serve a stabilire “chi paga”. Però si potrebbe anche stabilire in maniera semplicissima che le prestazioni per le persone senza fissa dimora sono pagate da un fondo nazionale a cui partecipano tutte quante le regioni. Occorrerebbe poi slegare – come già succede in altri paesi europei ed in America – la residenza dall’esercizio dei diritti. Non si capisce perché se uno non ha la residenza ma ha un documento di riconoscimento, non debba percepire una prestazione previdenziale, questo perché paga l’Inps del luogo in cui la persona risiede, e se non si risiede in un luogo fisso non si sa chi debba pagare. Ma sono tutte norme che potrebbero essere cambiate facilmente.

C’è poi la questione della legge sulla residenza, che è stata modificata in peggio dal decreto sicurezza che ha comportato davvero un problema grosso per le persone senza dimora…

Come mai?

La residenza, dicono gli ufficiali dell’anagrafe, è una “fotografia”.  Fotografa la persona nel luogo e nel momento in cui si trova. La legge obbligherebbe i sindaci a dare la residenza alle persone, una legge che non è fatta dal ministro del welfare per aiutare i disgraziati, ma per controllare i cittadini. Tant’è che chi detiene le liste anagrafiche è il ministero dell’interno, e la legge obbliga i sindaci a dare la residenza proprio in quanto il ministero dell’interno deve sapere dove si trovano i cittadini. Per questo i sindaci in qualità di gestori delle liste anagrafiche dei comuni sono ufficiali di governo, che possono essere sanzionati anche dal ministero dell’interno se non danno residenza alle persone. I sindaci, invece, a volte cercano di non dare la residenza a queste persone perché temono di dover spendere dei soldi dal punto di vista dei servizi sociali. E da questo scaturiscono numerose cause. Addirittura la legge prevedrebbe che nei dormitori, se una persona non chiede la residenza entro 20 giorni, il responsabile debba darla per forza. E se la persona vive in mezzo alla strada, visto che non c’è un numero civico ed una via come nei dormitori, la residenza va data in una via fittizia, inesistente, in cui possono prendere residenza le persone senza fissa dimora. E tutte le città devono dotarsene: a Roma si chiama Via Modesta Valenti, dal nome di una storica clochard romana, ad esempio. Il decreto sicurezza peggiora la situazione: anziché dire come prima che la residenza è una “fotografia” che richiede un requisito oggettivo – “sono qui” – ed uno soggettivo – “voglio la residenza”, ed è cosi che abbiamo costretto o convinto molti comuni a dare la residenza, con il decreto sicurezza è stato stabilito che la persona che richiede la residenza deve dimostrare di essere sul territorio. Un clochard che dorme su una panchina dovrebbe attendere anche giorni l’arrivo dei vigili mandati dall’ufficio anagrafe, altrimenti il comune potrebbe non concedergli la residenza perché non sicuro che viva sul suo territorio. Noi abbiamo trovato la maniera di far applicare la legge e far dare la residenza da parte dei comuni, perché ogni volta indichiamo dove la persona va a dormire, dove va a mangiare, quali sono le associazioni che l’aiutano.

La maggioranza delle vostre Pratiche di Diritto Amministrativo riguarda problematiche connesse a permessi di soggiorno e procedure di espulsione: qual è l’impatto del fenomeno dell’immigrazione?

Da quando siamo nati abbiamo sempre assistito chiunque viva in strada, italiano o straniero, ed ovviamente i nostri assistiti extracomunitari sono quasi tutti privi di permesso di soggiorno, perché ovviamente chi ha il permesso di soggiorno ha anche la casa. Ci siamo quindi sempre occupati di diritto dell’immigrazione, poi ci sono momenti in cui il flusso è maggiore o minore: negli ultimi due anni, a parte quanti arrivati in Italia perché profughi, la tendenza è che ci sono più italiani in strada, sono addirittura raddoppiati.

Quali sono le ragioni alla base di questa inversione di tendenza?

Semplicemente la povertà. Mentre un tempo in strada si finiva perché la persona aveva qualche problema, di alcolismo, di tossicodipendenza, o di natura psichica, oggi si finisce in strada sempre di più semplicemente perché si diventa poveri. Si viene licenziati, a 40 o 50 anni si è assolutamente incollocabili sul mercato del lavoro, si esauriscono i risparmi, gli aiuti degli amici, non si paga più il mutuo o l’affitto, ed a un certo punto si finisce in strada. E sono tantissimi: si possono trovare nei dormitori imprenditori falliti, lavoratori licenziati. A volte è sufficiente una separazione per finire in strada. Immagini una persona con un solo stipendio, la casa coniugale com’è giusto che sia spetta alla moglie perchè è lei che ha in affido i figli, deve continuare a pagare gli alimenti, mantenere i figli, deve affittarsi un “buco”, una stanza o un posto letto insieme a degli studenti – ma ho conosciuto anche tanta gente che dopo la separazione è andata a dormire in macchina. Dopo un po’ magari inizia ad avere qualche problema con il lavoro e finisce in strada.

In ultima battuta, se e come è cambiata la sensibilità degli organi politici verso questi cittadini “invisibili”, e pertanto nemmeno influenti sotto il profilo elettorale…

Fino ad adesso dal punto di vista del Governo è cambiato soltanto in peggio. Ripeto, un anno e mezzo fa anziché rendersi conto dell’esistenza di un problema di questo tipo c’è stato il decreto sicurezza, che in qualche maniera l’associazionismo ha anche mitigato: addirittura prevedeva l’obbligo dei medici di denunciare pazienti sprovvisti di permesso di soggiorno! Per questa ragione ci fu una rivolta di tutte le associazioni di volontariato, della Caritas, dell’Ordine dei medici – mai visto l’Ordine scendere in piazza! Ed alla fine la norma fu ritirata. Però anziché aiutare le persone in difficoltà con quel decreto si sono andate a colpire persone che qualche problema lo avevano. Dal punto di vista del Governo io vedo scarsa attenzione. Questo Governo, poi, non se ne occupa visto che il suo obiettivo è quello di tirarci fuori dalla crisi e quindi ci sono tagli e non aiuti. Vedo più elevata la sensibilità da parte dei Comuni, perché il problema una volta era più coperto mentre ora è molto più evidente.