Lasciata sola contro i boss

“Vuole sapere perché mi sono dimessa? Perché non intendo tornare indietro? Semplice, drammaticamente banale: nel mio paese, Monasterace-Calabria, non c’è la libertà di poter fare il sindaco nell’interesse esclusivo dei cittadini e del bene comune. Lo scriva, per favore”. Maria Carmela Lanzetta, farmacista, vive ed era sindaco di quell’antica perla greco-bizantina che è Monasterace, poco più di tremila anime sullo Jonio calabrese. Paese bello. Giù spiagge e mare da incanto, sopra i monti e le foreste delle Serre. Il cibo è buono, la gente accogliente. E’ Calabria, dove la bestialità della mafia stupra ogni giorno la bellezza della terra e la tenacia degli onesti che la abitano. E’ la Calabria dove comanda la ‘ndrangheta. Una mafia potentissima e spietata. Ecco, se volete una sintesi per capire di cosa parliamo, vi offriamo un passaggio dell’ultimo rapporto della Direzione nazionale antimafia. Che definisce la ‘ndrangheta una “presenza istituzionale strutturale nella società calabrese, interlocutore indefettibile di ogni potere politico ed amministrativo, partner necessario di ogni impresa nazionale o multinazionale che abbia ottenuto l’aggiudicazione di lavori pubblici sul territorio regionale”. Quei pochi sindaci, assessori, detentori di poteri politici e istituzionali che non si piegano e non baciano mani, vengono intimiditi. Quaranta attentati ad amministratori pubblici dal 2011. Alla farmacista Lanzetta, che coltivava il sogno di amministrare il suo paese rispettando regole e leggi della Repubblica, hanno reso la vita impossibile. “Poche settimane dopo la mia elezione, mi mandarono un primo, chiarissimo messaggio. Mi bruciarono la farmacia. Un danno incalcolabile che ancora pesa sulla mia famiglia”. La farmacia, l’unica del piccolo borgo, era al piano terra della casa dove la dottoressa vive con la sua famiglia. Poteva succedere di tutto. Pochi giorni fa un nuovo attentato. “Tre colpi di pistola contro la mia auto. Un messaggio chiaro: devi andar via, lasciare, questo non è più un posto per te”. Paura per sé e per i figli, angoscia per quello che può succedere ancora. Delusione per uno Stato che non riesce a proteggere i suoi rappresentanti più esposti. A quasi un anno dal primo attentato in un paese che conta poco più di 3mila abitanti, nessuno è in grado di dire chi è stato e perché lo ha fatto. Maria Carmela Lanzetta ha fatto il sindaco “per passione civile e perché lo ritenevo giusto per la mia comunità. Ho rinunciato all’indennità e finanche ai rimborsi per il telefono e le spese di viaggio. Ma ora basta, la mia famiglia vive nel terrore. E pensare che aspiravamo solo ad una vita normale”. La farmacia bruciata, una bara disegnata sotto la casa di una donna assessore, con la croce e le iniziali delle sue figlie bambine. Questa è la normalità in Calabria. Terra irredimibile, terra ormai persa? La dottoressa Lanzetta per un attimo ferma il nostro colloquio telefonico. “Lo chieda a chi sta più in alto di me, io sono solo una piccola ruota dell’ingranaggio dello Stato e della Repubblica, sono loro che devono rispondere. Io so solo che la Calabria è Italia, da sindaco indossavo la fascia tricolore, come gli altri amministratori minacciati in questi mesi”.
Con Maria Carmela Lanzetta ci scambiamo impressioni per telefono. Sta andando a Reggio Calabria in macchina. Da sola. Senza protezione nel paese delle scorte inutili e degli insopportabili privilegi delle caste. “Non ho chiesto scorte, né protezioni particolari”, ci dice. “Ma qualcuno poteva anche imporle qualche forma di tutela?”, ribattiamo. “Non so che cosa rispondere, è andata così, ma ci tengo a dire che dopo il primo attentato il paese è più controllato, i carabinieri stanno facendo un grande lavoro”. Quali equilibri ha rotto, quali interessi ha toccato l’amministrazione Lanzetta? “Guardi – risponde il sindaco dimissionario – noi non abbiamo fatto proclami, ci siamo limitati ad amministrare il paese nel rispetto totale di leggi e regole. Abbiamo fatto bandi e appalti trasparenti, progettato cose che ho l’amarezza di non aver potuto portare fino in fondo. Loro, quelli che hanno avvelenato la mia vita, hanno interrotto un sogno. Ma lo sa che nella mia giunta c’erano cinque donne e quattro ragazzi? Energie giovani che non sono andate via, che hanno deciso di impegnare nella loro terra cultura, professionalità e speranze. E’ la cosa che mi brucia di più: hanno ucciso la voglia di riscatto di questi ragazzi”. Tanti messaggi di solidarietà, da Bersani che ha telefonato, agli altri sindaci, calabresi ma anche del Nord. “Mi ha chiamato il sindaco di Marzabotto per invitarmi il 25 aprile nella sua città. Bella data, grandi valori. Ci andrò”.

(pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 3 aprile 2012)