L’arte della mimetizzazione delle discariche abusive a Nord Est

(di Greenaction Transonational)

L’emergenza delle discariche abusive costituisce uno dei principali problemi da risolvere per l’Italia. Lo testimoniano i numerosi procedimenti di infrazione avviati dalle autorità comunitarie. Migliaia le discariche sotto inchiesta. Inesistenti le bonifiche e disapplicate le sentenze di condanna della Corte di Giustizia Europea. Un quadro sconfortante di un Paese allo sfascio.

Un Paese in cui la gente muore di inquinamento perché le autorità, coprendosi spesso l’una con l’altra, non permettono di risolvere la drammatica emergenza sanitaria derivante dall’inquinamento. La mancata applicazione della legislazione comunitaria porta poi a sanzioni pesantissime che ricadono sui cittadini in forma di tasse. Un inquinamento che produce debito pubblico. L’Italia, grazie al suo malgoverno, paga ogni anno miliardi di Euro di interessi passivi per questo inquinamento istituzionalizzato. Un deficit che si accresce ed è sempre più insostenibile.

Ecco così che per uscire da questa situazione di vera emergenza si utilizzano metodi  sbrigativi. Che producono ulteriore illegalità, danni ambientali, e sanzioni. Così è stata gestita l’emergenza campana, facendo semplicemente sparire nelle altre regioni italiane i rifiuti frutto della gestione delle eco-mafie, con procedure di controllo ridotte ai minimi termini o addirittura inesistenti. Così vengono presentate nuove leggi per l’uso dei rifiuti come combustibile oppure per la produzione di cemento per l’edilizia.

E per quanto riguarda le discariche, visto che non si vogliono bonificare, ci si costruisce sopra.

Trieste, dove questo sistema di occultamento dei rifiuti è ampiamente sperimentato da decenni di discariche di Stato (si veda l’articolo “D Come Discariche”) , è certamente all’avanguardia in queste metodologie “creative”. Qui grazie ad una sinergia tra tutte le istituzioni si è arrivati a creare quel “sistema perfetto” che garantisce copertura quasi assoluta a quelle che in altre parti del Paese vengono definite “ecomafie”.

Le varianti maggiormente utilizzate sono quelle che prevedono il riutilizzo ad usi civili di discariche esistenti, ma più di qualche volta le discariche fanno già parte del progetto originario; si tratta in questi casi di vere operazioni di occultamento di rifiuti tossico nocivi.

Nella prima tipologia si trovano le grandi discariche realizzate nelle vallate dei Torrenti Rosandra e Ospo e trasformate poi in zona industriale con l’insediamento di centinaia di attività industriali a loro volta inquinanti (si veda ad esempio l’oleodotto transalpino con le sue pipeline e i suoi depositi), ed alcune delle grandi discariche a mare realizzate nel porto internazionale di Trieste (terrapieno di Barcola, discarica via Errera, discarica ex Esso, ex raffineria Aquila), nella seconda si trovano le discariche inserite in progetti di sviluppo turistico, di rinaturalizzazione, di viticoltura (sul Carso).

Una parte delle discariche sul Carso rientrano tra quelle a “perdere”, ovvero realizzate solo in funzione di discarica senza altre possibilità di utilizzo se non di ulteriore ampliamento delle discariche stesse (ad esempio molte grotte e doline).

Ma come si riesce, nel 2012 con la ristrettiva legislazione comunitaria, a far passare una discarica per un progetto di “sviluppo eco sostenibile” magari pure finanziabile con fondi comunitari? Semplice, basta dichiarare che l’area sulla quale si vuole intervenire deve essere recuperata perché precedentemente degradata. Il progetto di recupero poi consiste nell’utilizzare l’area in questione come discarica di materiali inerti, che secondo l’interpretazione italiana delle direttive comunitarie non sarebbero rifiuto, con procedure di controllo ridotte al minimo (visto che il materiale di riporto non è considerato rifiuto i test di cessione sono semplificati: quindi non si analizzano gli inquinanti perché non devono esserci), e alla fine  si stende uno strato di terra agricola sopra quella che in realtà è una discarica e ci si impiantano alberi e vegetazione a crescita rapida. Preferibilmente bisogna bypassare la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA), per evitare opposizioni che potrebbero far saltare l’affare, dichiarandone la non necessità trattandosi appunto di un intervento ad impatto nullo ed anzi positivo. E il gioco è fatto.

Utilizzando questo metodo il Comune di Trieste vorrebbe realizzare ad esempio una grande discarica in una cava dismessa (l’ex cava Faccanoni) per una capacità di almeno 1.500.000 metri cubi di materiale di riporto, ovvero rifiuto (si veda l’articolo: “Una discarica sul Carso per i rigassificatori nel Golfo di Trieste?”). La particolarità di questo intervento poi è che servirebbe ad occultare una massa di oltre 500.000 metri cubi di rifiuti scaricati precedentemente nella discarica sempre in base al solito intervento di ripristino ambientale. Rifiuti di cui non si conosce né la provenienza, né la qualità.

Mentre, un ripristino ambientale dietro l’altro, la discarica “mascherata” dovrebbe elevarsi per circa 150 metri in altezza fino a raggiungere il ciglione del Carso sovrastante. Una montagna di rifiuti tossico nocivi all’ingresso della città, nel migliore stile delle “eco mafie” calabresi che da questi parti sono più comuni di quelle campane. Il tutto con la certificazione ufficiale del Comune di Trieste e di tutte le amministrazioni locali (a partire dalla Provincia che qualche competenza sui rifiuti la avrebbe, se la volesse esercitare).

Amministrazioni locali che sono unite in un vero e proprio “patto di ferro” sulla gestione fuorilegge dei rifiuti. Non possibile peraltro senza la copertura dell’autorità giudiziaria garante dell’immobilismo di Stato. Non c’è da stupirsi quindi se da queste parti chi denuncia questo pericoloso sistema dalle caratteristiche prettamente massomafiose oltre che ricevere intimidazioni, minacce di morte, censure mediatiche, si ritrovi anche sotto processo, su richiesta della stessa autorità giudiziaria, per avere denunciato le discariche.

E’ capitato ad esempio nel caso clamoroso di una discarica di rifiuti tossico nocivi nascosta sotto una collinetta artificiale adibita a parco con area giochi per bambini all’interno del Marina turistico di Porto San Rocco a Muggia. La Procura della Repubblica di Trieste aveva ottenuto il rinvio a giudizio dell’ambientalista (Giurastante) che ne aveva denunciato pubblicamente l’esistenza e la pericolosità, accusandolo di avere offeso per questo gli inquinatori. Nessun provvedimento invece da parte dell’autorità giudiziaria nei confronti della discarica e di chi la aveva realizzata. Che così dopo dieci anni è tutt’ora lì intonsa con il suo carico letale, nella speranza che tutti se ne dimentichino.

Ma non è così. Le denunce degli ambientalisti di Greenaction Transnational, processati in Italia per essersi opposti al “sistema delle discariche”, sono nel frattempo arrivate in Europa. Portando all’apertura di numerosi procedimenti di infrazione contro l’Italia. E proprio la discarica-parco giochi è stata inserita nella sentenza di condanna della Corte di Giustizia Europea nella causa C-135/05 contro l’Italia. Da cui scatta ovviamente l’obbligo di bonifica tutt’ora disatteso.

Verrebbe quindi da sorridere (se la situazione non fosse drammatica) di fronte alle evoluzioni acrobatiche delle istituzioni italiane alla ricerca della fuga dalla legalità europea,  ben rappresentate anche dal recente arrivo a Trieste (18 marzo) della apposita Commissione Parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti qui riunitasi allo scopo di accertare la situazione del Sito Inquinato di Trieste.

Al solito, per relazionare ai parlamentari sullo stato dell’inquinamento del territorio, alle audizioni sono stati invitati i rappresentanti delle istituzioni locali e della magistratura. In pratica, la Commissione Parlamentare che avrebbe i poteri per svolgere autonomamente una seria inchiesta sul disastro ambientale di Trieste, si rivolge a coloro che di questo disastro sono corresponsabili: il solito “sistema” italiano per coprire le responsabilità di uno Stato criminale.

Dalla precedente “ispezione” (2000) della Commissione Parlamentare sulle ecomafie sono passati 12 anni. Loro in dodici anni non hanno prodotto nessun risultato, non hanno accertato alcuna responsabilità, stanno ancora cercando di capire cosa è successo… Risultati ZERO, costi di gestione della elefantiaca commissione parlamentare ENORMI. Tanto per le gite dei parlamentari pagano i cittadini ormai allo stremo.

Gli ambientalisti di Greenaction intanto in 12 anni di dure battaglie hanno portato il caso del disastro ambientale di Trieste all’Unione Europea. Sono scattate le inchieste della  Commissione Europea e del Parlamento Europeo e a seguire i procedimenti di infrazione e le condanne. E ora le indagini si allargano alle conseguenze transfrontaliere di questi inquinamenti. Un’azione a difesa della legalità a costo ZERO per i cittadini, ma estremamente costosa per gli ambientalisti sottoposti ad una sempre più intensa ritorsione giudiziaria da parte di uno Stato che la legalità, a parte le chiacchiere, non riesce proprio a digerirla.

(pubblicato su www.greenaction-transnational.org)