Il Senatur, la Lega e il rinnovamento della politica

(di Elia Fiorillo)

Se un merito ha avuto la Lega di Umberto Bossi è stato quello di aver provato a rappresentare con caparbietà, nel bene e nel male, le istanze del pezzo di società civile di cui era punto di riferimento. Un partito non partito che prova a far politica visceralmente in modo diverso dagli altri. Un tutt’uno con i suoi militanti, con i suoi elettori anche negli eccessi verbali, nei comportamenti non razionali, nei tanti luoghi comuni triti ed anacronistici. Al di là delle contraddizioni accumulatesi nei vent’anni di vita della Lega, resta il fatto che realtà certo non sottosviluppate o marginali del Paese hanno visto nel Senatùr e nella sua creatura gli unici punti di riferimento possibili in cui credere, per un grande progetto di rilancio del Nord produttivo. E se anche la mitica “classe operaia” non ha voltato le spalle all’Umberto, non considerandolo un nemico, appunto, “di classe”, un perché ci deve pur essere. Ed il perché è presto individuato: la Lega è sempre stata vicino alla sua gente. Ciò non vuol dire che ha fatto bene a raccogliere ed a enfatizzare quei bisogni che il popolo padano chiedeva: divisione del Paese, lotta quasi razzista agli immigrati, immaginifiche ronde a tutela dei privati cittadini, decentramento di parte dello Stato al Nord e via dicendo. Certo, i fatti che le procure della Repubblica stanno accertando in questi giorni ci dicono, purtroppo, che tutto il mondo è paese e che le buone intenzioni, le solenni parole d’ordine poi s’infrangono nella gestione del potere. Che è fatto in certi casi, là dove non c’è democrazia, di compromessi d’infima natura, di un bisogno di soldi senza fine sia per placare il dissenso, sia soprattutto per creare consenso, ma anche per risolvere i problemi familistici amorali da “cerchio magico” che spesso gestioni così dette carismatiche si portano dietro.

Tutto quello che sta avvenendo alla Lega, ma che è anche capitato alla Margherita, e non solo, deve far riflettere i partiti proprio nel momento che viviamo, al di là delle vicende di Bossi e famiglia. Con l’entrata in scena del governo Monti, vero ammortizzatore sociale per le formazioni politiche, finisce quella che è stata definita la Seconda Repubblica, ma forse sarebbe stato meglio chiamarla coda della Prima Repubblica, tenuto anche conto che le riforme istituzionali tanto annunziate non ci sono state e di fatto, per certi versi, il personale politico attuale è figlio legittimo della Prima Repubblica.

Alfano, Casini, Bersani in queste ore provano a scrivere – sotto l’onda del disgusto popolare che ancor di più fa crescere quel pericoloso sentimento per una democrazia che è l’antipolitica – una proposta di legge che regoli la materia facendola diventare digeribile ai cittadini. Impresa titanica perché l’attuale legge per i “rimborsi elettorali” nasce da un mezzo imbroglio, tenuto conto che c’è stato nel nostro Paese un referendum voluto dal partito Radicale che abolì ogni finanziamento ai partiti. C’è l’ipotesi che siano i cittadini a scegliere come finanziare le organizzazioni politiche con la devoluzione dell’uno per mille. E c’è chi ribadisce che nessun finanziamento va fatto in quanto la volontà referendaria conta ancora. Ma al di là dei pannicelli caldi che vanno pur messi difronte all’aberrante e oscena gestione dei “rimborsi elettorali”, che danno l’idea delle promozioni ai supermercati: “spendi tre e ricevi trentatré, anche se non esisti più”, il problema vero è un altro. E parte dall’articolo 49 della nostra Carta Costituzionale: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Come fanno i cittadini a “concorrere con metodo democratico” a far politica se i partiti, dai tanti fatti che stanno sotto gli occhi di tutti, hanno seri deficit di democrazia interna? Con molta probabilità c’è bisogno che si metta mano, attraverso una legge ad hoc o modificando l’art 49, a norme che vincolino alcune parti degli statuti dei partiti. Un esempio per tutti: le cariche all’interno dei partiti, a partire dal segretario politico, non dovrebbero superare i due mandati. Certo, se il segretario ha carisma nessuno potrà toglierglielo, continuerà ad averlo ed a esercitarlo nella propria compagine senza cariche però. In questo modo, a parte la nascita di nuovi gruppi dirigenti, pericolosi familismi politici dovrebbero scomparire, almeno si spera.