Caso Cacciola, in manette il fratello di Cetta

La latitanza di Giuseppe Cacciola, fratello della testimone di giustizia Maria Concetta, è finita ieri pomeriggio. I carabinieri lo cercavano dallo scorso febbraio. Nei suoi confronti, pendeva un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Palmi, Flavio Accursio, con la quale – insieme ai suoi genitori già in carcere – è accusato del brutale crimine proprio nei confronti della sorella che è morta ingerendo acido muriatico lo scorso 20 agosto. Proprio la sua famiglia di sangue ha portato la giovane a compiere il gesto estremo. Giuseppe Cacciola è stato trasferito nel carcere di Monza. I carabinieri lo hanno riconosciuto nel pomeriggio di ieri all’uscita di un grosso centro commerciale di Paderno Dugnano, nel milanese. Quindiil giovane rampollo aveva trovato rifugio all’ombra della Madonnina. Elemento, quest’ultimo, che certamente segna i legami delle cosche calabresi con la città di Milano. Molto probabilmente Cacciola – che andava liberamente a spasso per la città – aveva la protezione di amici o amici di amici. Forse di origini calabresi, forse no. Fatto sta che la rete di rapporti fra la Calabria e la Lombardia è sempre più fitta, anche quando non si parla di referenze politiche. La vita di Maria Concetta è stata spezzata a 31 anni. Era la figlia del cognato del boss Gregorio Bellocco e moglie di Salvatore Figliuzzi. La giovane è stata giustiziata da una mafia che non perdona. Lei, giovane e ribelle, ‘colpevole’ di avere svelato alla Dda di Reggio Calabria gli affari della famiglia di ‘ndrangheta. Grazie alle sue dichiarazioni, infatti, i carabinieri sono riusciti ad arrestare undici presunti affiliati alla cosca Pesce di Rosarno, oltre a scoprire due bunker utilizzati dai latitanti. Per questo, il ‘tradimento’ non è stato accettato dalla famiglia mafiosa. Ma Cetta aveva comunque deciso, sollecitata soprattutto dalla madre, di tornare a Rosarno dalla località protetta in cui si trovava, per poter riabbracciare i suoi figli, che erano rimasti a casa dei nonni. Una debolezza che ha pagato con la vita. Dopo avere lasciato un file audio in cui sosteneva di avere inventato tutto e di essere disposta a dire ogni cosa solo perché voleva scappare da casa, aveva – secondo una ricostruzione iniziale dei fatti – scelto di ammazzarsi in maniera così violenta, ingerendo l’acido muriatico. Ma lo scorso febbraio, le indagini della compagnia dei carabinieri di Gioia Tauro, hanno svelato che è stata la sua stessa famiglia ad esercitare violenze, minacce e forti pressioni psicologiche. Compresa la prospettiva di non farle più vedere i figli, per indurla ad interrompere la collaborazione che aveva iniziato nel maggio del 2011. Il fratello, in particolare, avendo appreso da lettere anonime che la giovane aveva una relazione extraconiugale, la picchiava violentemente (con la complicità del padre), fino a provocarle la frattura e dunque l’incrinatura di una costola. Per di più le hanno impedito di curarsi in ospedale, costringendola a rimanere chiusa in casa dove l’hanno fatta curare da un sanitario di loro fiducia per tre mesi. In seguito alle lettere anonime, Giuseppe Cacciola (accompagnato dai cugini), ha cominciato a pedinarla. Pressioni fisiche e psicologiche contro una giovane che non aveva più una vita. I familiari ora dovranno rispondere davanti alla giustizia e, prima o poi, anche alla loro coscienza.