Altro che Svizzera: la secessione, in Italia, c’è già stata

Alla prima lezione di un qualunque corso di giornalismo ti dicono che una considerevole percentuale di lettori non si prende la briga di arrivare in fondo ad ogni articolo di giornale. Legge solo il titolo, al più le prime righe, incamera, elabora ed archivia la propria idea sull’argomento in un angolo della mente. Perché in fondo, certi filoni di cronaca vivono sempre delle stesse notizie. Quando leggi “Petizione per annettere la Lombardia alla Svizzera” non puoi fare a meno di pensare all’ennesima sortita anticostituzionale scaturita da qualche roccaforte leghista. Come il referendum per l’indipendenza, come di discorsi di Borghezio, come Bossi che prima giura sulla costituzione e poi dichiara di usare il tricolore a mo’ di carta igienica, come i ministri che quel tricolore cantano di bruciarlo. Se ti fermi a riflettere, però, capisci che questa volta non siamo davanti a un mero episodio di folklore. Intanto perché tutta la vicenda scaturisce da una dichiarazione illustre. Quella del Ministro della Difesa svizzero Ueli Maurer, secondo cui “annettere la Lombardia per noi non sarebbe un problema”. Una sparata tutt’altro che campata in aria: “La Lombardia rappresenta circa il 90% del totale di tutti gli scambi commerciali con il nostro paese […] Preferiremmo avere rapporti con Milano che con Roma o Bruxelles”. Parole che danno il “la” ad una petizione che in otto giorni ha raccolto più di 23 mila firme. Viene da sé che la Lega Nord, ad un passo da un’elezione amministrativa “in solitario” più che mai ad alto rischio e travolta dalle inchieste sui giri di denaro pubblico che passava tra le mani del suo tesoriere, non si fa scappare l’occasione di prendere il treno al volo. Ma, dicevo, forse le motivazioni in fondo a queste decine di migliaia di firme non sono né scontate né superficiali. Ma ci portano a riflettere sul perché decine di migliaia di cittadini italiani sarebbero pronti non tanto ad annettere il proprio territorio ad un altro Stato, ma ad andarsene da quello che già abitano. Verso un Paese in cui si pagano meno tasse, la benzina è meno cara, i servizi più efficienti. Ma non sono forse le stesse motivazioni che spingono migliaia di giovani, ogni anno, ad andare a cercare fuori dai nostri confini il loro avvenire? E allora, davanti allo scenario desolante di tasse che aumentano, benzina sempre più cara, servizi sempre più inefficienti, ma soprattutto di una politica che ovunque giri lo sguardo è sempre più sporca, collusa e lontana da quella che dovrebbe essere la sua ragione di esistere, è forse naturale chiedersi perché valga la pena di prendere a cuore l’idea di uno Stato che non prende a cuore i propri cittadini. Non credo che si debba essere tesserati alla Lega Nord per condividere almeno in parte questo pensiero. La secessione, in Italia, è già avvenuta ed è stata netta, silenziosa e forse insanabile. E’ quella che ha diviso in tutto l’idea di Stato come punto di riferimento culturale ed istituzionale ed i suoi cittadini. Che sono delusi, che sono sfiduciati, che hanno molta paura per il proprio avvenire. E ciò che è peggio, non hanno più nemmeno quello scatto d’orgoglio che gli permetta di iniziare a scriverselo da soli, un futuro nuovo. E’ ovvio che tutto il programma secessionista della Lega costituisca un paradosso, un nonsense nella nostra come in qualsiasi altra repubblica. Forse non vale nemmeno la pena dargli troppo peso, in fin dei conti. Prendere le paure di un popolo, amplificarle a dismisura e cavalcare l’onda del populismo è uno sport facile e dai risultati immediati.
Qui però siamo ad un passo successivo, allo scollamento dei cittadini dalle istituzioni. Cittadini che, molto probabilmente, se iniziassero ad avere delle risposte concrete, tangibili, vere e durature, non avrebbero motivo nemmeno di pensarla, la secessione con la Svizzera. E’ forse il caso che proprio le istituzioni, prima di condannare – passo che certamente va fatto in maniera decisa – si chiedano prima se non abbiano esse stesse una qualche responsabilità.