Una vera riforma elettorale?

I vertici di maggioranza sono sicuramente uno degli aspetti più interessanti ed uno degli eventi più attesi per quanti guardano all’intensa vita politica del governo tecnico di Mario Monti. E nell’ultimo vertice di questa maggioranza anomala, inedita, inimmaginabile solo un anno fa, sembra si sia concretizzata la bozza di una riforma chiamata a gran voce da parte dei cittadini, quella sulla modifica della legge elettorale. Alfano, Bersani e Casini – tanto per citarli in ordine alfabetico – sembrano aver trovato un accordo nel voler rispondere all’esigenza dell’opinione pubblica che da mesi chiede – e la manifestazione più palese sono state le firme raccolte per il referendum abrogativo della legge Porcellum – una legge che li metta in grado di scegliere quali siano i propri rappresentanti.

Si ritorna ai voti di preferenza, dunque? Non proprio, ed oltretutto scompare anche l’obbligo di coalizione. Ed i tre leader di partito hanno anche gettato le basi di una proposta di legge di rango costituzionale, che prevede la riduzione del numero dei parlamentari a 500 deputati e 250 senatori. Sembra quasi che, dopo mesi e mesi di immobilismo, tutti i principali poli parlamentari si stiano dando da fare il più possibile per mostrare agli elettori che non esistono solo i tecnici. E che stiano cercando di ipotecare sul piano di queste riforme ad alto tasso di consenso i voti che inevitabilmente perderanno sul terreno molto più insidioso della riforma del mercato del lavoro. Terreno su cui solo i tecnici sembrano sapersi muovere senza vacillare. Cerchiamo di capire come l’opinione pubblica risponderà a queste iniziative insieme a Carlo Buttaroni, presidente dell’istituto di sondaggi Tecnè.

Quale sarà la risposta dell’opinione pubblica rispetto alla bozza di riforma elettorale su cui Alfano, Bersani e Casini sembrano essere arrivati ad un punto d’incontro nell’ultimo vertice di maggioranza?
Credo che questo vada incontro a quelle che sono le aspettative dell’opinione pubblica, perché torna l’elettore la scelta del candidato. Questo verrà accolto dall’opinione pubblica in maniera sicuramente favorevole. C’è una parte più controversa, in cui molto dipenderà da come verrà giocata la partita parlamentare: si torna a una formula proporzionale con una soglia di sbarramento per i partiti più piccoli, a cui viene garantita comunque una sorta di tribuna, e questo, come emerge dalle ricerche, verrà accolto bene dall’opinione pubblica, mentre, ma siamo ancora sul piano delle ipotesi, sembra che venga meno la tendenza bipolare che c’è stata in questi anni. Dal punt di vista della ricostruzione del sistema politico, lo dico come analista, questo può essere, se interpretato bene, un elemento positivo, perché il punto ritorna alla politica sulla base di alleanze per costruire un progetto; d’altro canto, probabilmente, l’opinione pubblica si spaccherà, perché la vocazione bipolare era molto passata nella concezione e nel lessico politico che tendeva a focalizzarsi sui due competitors principali, tutto ruotava intorno ai candidati premier ed ai partiti che facevano parte della coalizione. Con questa riforma cambia pelle il sistema politico: contano molto i partiti, conteranno un po’ meno i leader. Molto dipende da come verrà costruito il dibattito intorno al testo.

A suo avviso, se la Corte Costituzionale non avesse dichiarato l’inammissibilità del quesito referendario sull’abrogazione del Porcellum, che risposta avrebbero dato gli elettori?
A quel referendum molto probabilmente avrebbero votato per l’abrogazione, e su questo tema si sarebbe anche potuto raggiungere il quorum: siamo in un momento di grande attenzione nei confronti del cambiamento del sistema politico, come intorno al tema del bene pubblico. Sotto questo punto di vista c’è una voglia di grande cambiamento: la Seconda Repubblica probabilmente è finita ancor prima che ci fosse la crisi di governo, è finita con quei referendum in cui la svolta dell’opinione pubblica è stata netta, è maturata. Era facile che un “colpo referendario” al Porcellum potesse ottenere la maggioranza degli elettori. Già la stagione del ’93 fu una grande stagione referendaria, e ci sono molte analogie con quegli anni, a partire dalla crisi economica.

In un recente articolo lei parla di “elettore in apnea, che decide di astenersi e non formula più domande ai partiti”: come uscirà l’immagine della politica dalla “parentesi” tecnica?
I partiti della Seconda Repubblica sono partiti al declino. Proprio in quell’articolo facevo riferimento all’”elettore incerto”, che comunque formulava domande ai partiti, si attendeva delle risposte e sulla base di queste si collocava; adesso non formula più domande, perché in questi partiti non vede degli interlocutori in grado di rispondere a quelli che sono i bisogni quotidiani che ha. Arriverà il momento del voto: sicuramente una parte di questi elettori “in apnea” non andrà al voto. Detto questo però, il processo politico è persino meno visibile di quanto in realtà si da informazione, perché sia il Pdl che il Pd sono alle prese con delle scelte che sono fortissime, persino più forti di quelle del ’94 in cui sotto la spinta delle inchieste legate a Tangentopoli i partiti furono costretti a cambiare non dal punto di vista della politica, ma nei comportamenti. Oggi siamo invece in una situazione, si è visto con la riforma del mercato del lavoro, in cui si deve scegliere quale sia il modello economico. Sotto certi punti di vista, è molto più politica questa fase di quanto lo fu quella del ’94, ed i partiti oggi non sono attrezzati a rispondere proprio a questa nuova sfida. I prossimi saranno mesi di grande fermento e trasformazione sotto questo punto di vista, ed il giro di boa probabilmente saranno le elezioni amministrative del 6 maggio: si capirà cioè come i partiti siano in grado di rispondere alle domande degli elettori.

Malgrado i diretti interessati smentiscano sempre, ci si chiede spesso se questo governo possa rappresentare per qualche “tecnico” un trampolino di lancio verso una carriera politica. Che possibilità avrebbero i “professori” all’interno di una coalizione in vista delle elezioni del 2013?
Sicuramente rappresentano una forte discontinuità con quel passato che gli italiani sembra stiano rimuovendo molto in fretta: il protagonista della Prima Repubblica, che è stato indubbiamente Berlusconi, è stato velocemente rimosso, tant’è che il PdL ha perso tantissimi elettori soprattutto verso l’area dell’astensione. Si cerca di aprire una nuova fase soprattutto nella società. I tecnici che sono in questo momento al governo hanno sicuramente, dal punto di vista politico, una buona chance da giocare. Che si trasformi in consenso non è cosi automatico: in questo caso ricordo spesso Dini, che fu chiamato come tecnico al governo, che presentò una sua lista alle elezioni – ed i sondaggi lo davano addirittura 25%, ma in realtà il consenso raccolto fu molto meno. Questo perché comunque la politica ed i partiti continuano ad avere un ruolo: non questa politica, e non questi partiti sicuramente, in questo momento in cui lo scollamento con l’opinione pubblica è grandissimo. Però non sono cosi convinto che i tecnici possano raccogliere consenso al voto: anche perché l’ultimo atto, la presentazione di questo disegno di legge sulla riforma del mercato del lavoro, è quanto di più politico si potesse fare. Questo sta dividendo fortemente l’opinione pubblica, la cui maggioranza non è d’accordo – ad esempio con la riforma dell’articolo 18 – ma su ciò si costruisce anche l’identità dei professori al governo, dei ministri tecnici, per cui probabilmente è stato un atto politico che è servito impulso al dibattito politico ed alle future alleanze in vista delle elezioni del 2013, ma che sicuramente ha tolto al governo molta acqua in cui nuotare, se per qualcuno ci fosse un’ipotesi di carriera politica.

Come verrà accolta dai cittadini la probabile riduzione del numero dei parlamentari?
Anche su questo c’è sicuramente un forte accordo. Visti i tempi inevitabilmente lunghi di una riforma costituzionale di questo tipo, credo che le opzioni in campo possano essere anche altre in questo momento, perché è evidente che difficilmente questo percorso possa avere un riscontro oggettivo in questa legislatura. Credo che sarebbe più opportuno procedere subito con le riforme possibili, quelle eseguibili tramite leggi ordinarie. Per le riforme di tipo costituzionale, non solo sul numero dei parlamentari, ma anche quelle sullo snellimento dell’iter legislativo o sulla modifica del poteri del premier, c’è bisogno di costruire almeno una commissione, ed avere un parlamento diverso rispetto all’attuale: sotto questo punto di vista la storia dovrebbe insegnarci, perché questo parlamento e questi partiti sono bloccati soprattutto dai veti incrociati. E’ difficile fare grandi riforme costituzionali quando un partito ha paura di perdere alle elezioni, soprattutto in una fase in cui c’è una scarsa legittimità popolare. Oltretutto, non scarterei del tutto l’avvio di una fase più propriamente costituente, facendo però un patto chiaro su quali parti della Costituzione si intende mettere mano e in che senso. Il rischio è che si seguano strade che cercano più di conquistare il consenso immediato che dare una struttura con un pensiero a lungo termine: occorre sempre riflettere bene e dare mandato ad un’assemblea che abbia questo tipo di compito. Dovrebbe essere, però, come tutte le assemblee costituenti, un’assemblea proporzionale.

Dalla bozza di riforma elettorale sembra scomparire l’obbligo di coalizione: come immagina, oggi, la coalizione vincente?
Può sembrare strano, ma credo che quali saranno le prossime alleanze dipenderà molto dal dibattito parlamentare intorno al mercato del lavoro, perché lì si creeranno inevitabilmente delle divisioni. Divisioni che sono non soltanto tra i partiti ma anche all’interno dei partiti, prechè come nel Pd c’è una parte che è favorevole a liberalizzare di più il mercato del lavoro, una parte del Pdl è contraria a liberalizzarlo troppo e ad eliminare alcune forme di tutela che oggi ci sono. Se su questo il dibattito sarà aperto e costruttivo, penso si creeranno delle maggioranze trasversali che daranno anche l’idea su quali saranno le possibili alleanze future. Oltretutto in questo Parlamento mancano delle forze politiche, sia a sinistra che a destra, che non sono rappresentate. Immagino che dal dibattito potrà uscire, almeno in embrione, quali saranno le prossime coalizioni, ed intorno a quali temi si costruiranno.

(pubblicato su www.lindro.it)