Ricchezza e povertà

(di Elia Fiorillo)

La fila è abbastanza lunga. C’è una sola cassiera che pur dandosi da fare non riesce a soddisfare i tanti clienti. Al discount ci sono capitato per caso, avendo bisogno di comprare un po’ di provviste prima di ritirarmi a casa. Osservo distrattamente gli altri avventori. Noto che ci sono molte persone anziane, in particolare donne. Il mio sguardo svaria nell’attesa di poter pagare e finalmente tornare a casa. Mi soffermo casualmente sui contenuti dei cestini della spesa, ben allineati per terra vicino ad ogni cliente. La signora dai capelli bianchi, probabilmente ottantenne, proprio davanti a me, nel cestino ha solo tre pezzi: una tortina di patate preconfezionata, uno yogurt, una mela. Sento che la giovane cassiera chiede al cliente di turno tre euro per la pochissima mercanzia – vedo da lontano solo generi alimentari di primissima necessità – che questi ha comprato. Eppoi, ancora, sbircio negli altri contenitori e la scena che mi si presenta è la stessa: alimenti e solo alimenti che possono al massimo soddisfare una famiglia di due persone per due giorni. Mi vergogno un po’ a pagare dodici euro e quarantasette per del pane di segale, del fiordilatte, del cioccolato, del formaggio, non proprio generi indispensabili. E’ l’effetto della crisi? Non più di tanto. Certo, la crisi non scherza, ma questa umanità è abituata a fare i conti, ogni santo giorno, con i pochi euro che ha per mettere su pranzo e cena, ed in alcuni casi o l’uno o l’altro. E sono soggetti che con grande dignità affrontano la loro povertà.

Non sono né un economista, né un sociologo, ma credo che la forbice tra povertà e ricchezza nel nostro Paese si sia allargata e di molto nell’ultimo ventennio. Lo si avverte in tante piccole o grandi situazioni. Ci siamo sempre vantati di essere un realtà dove le disuguaglianze certamente esistono, ma non sono insopportabili; non come in altre parti del mondo anche a democrazia avanzata. La “fascia di mezzo”, tra la ricchezza e la povertà, è stata da noi sempre ampia. Ha tenuto nel suo interno operai e pensionati, ma anche dettaglianti e impiegati. Un “mondo di mezzo” che accetta la propria condizione che definirei di dignità sostanziale. Pare che esso si sia assottigliato di molto. Oggi qualcuno scopre che i salari da noi sono più bassi che in altre realtà europee. Che c’è un abisso tra il lordo e il netto in busta paga. Che tutto va rapportato al potere d’acquisto che è diminuito sensibilmente per effetto della crisi.

Crisi o non crisi, una società che vuol essere avanzata e democratica è vicina agli ultimi, a quelli che non hanno voce. Prova a costruire uno stato sociale attento a che non si crei il divario senza ritorno tra gli agiati e gli altri. Certo, certi miti propagandistici sul benessere ad ogni costo non aiutano a capire ed a comprendere le ragioni dei meno fortunati: di quelle persone che vivono di pensioni di reversibilità super minime; di quei giovani senza lavoro, con lauree in tasca, i cui sogni sono stati cancellati, rubati dalla realtà quotidiana senza sbocchi; di quei lavoratori che vedono un turbinio di aumenti per quanto riguarda il costo della vita, mentre il salario è sempre allo stesso livello; per quelle donne che hanno combattuto giustamente per la loro causa di liberazione, ma che si trovano ancora discriminate proprio per la loro condizione di possibili mamme. E non ci si venga a dire che i bravi emergono sempre. Diciamo che sono eccezioni che confermano la regola. In una società sempre più divaricata tra buoni (che hanno saputo arrivare alla ricchezza che dà potere) e cattivi (che non hanno saputo o voluto sfruttare le loro capacità), non c’è possibilità di crescita armoniosa, equilibrata. Attenzione, qui la solidarietà cristiana non è in campo. Non confondiamo il bisogno, la necessità di una collettività ad essere equilibrata, solidaristica, democratica non a parole, con fratellanze confessionali che non c’entrano niente. Finché questo stato di cose rimarrà sempre più le ingiustizie trionferanno. I gruppi di potere sforneranno classi dirigenti dove il valore o le capacità sono solo optional non necessari. Credo che siamo ancora in tempo a virare con politiche che tengano conto veramente del “bene comune” del Paese. E, allora, fanno bene i partiti a riformarsi, ma attenzione alle logiche conservative, ai giri di valzer che in apparenza cambiano tutto per non cambiare niente, come avveniva nel Gattopardo di Tommasi di Lampedusa. Siamo ad una svolta storica. Bisognerebbe avere il coraggio di guardare in modo non partigiano a quello che non funziona nel nostro Paese. E misurarsi con spirito rifondativo su queste tematiche. Io son convinto che se la gente capisce la bontà della proposta politica di cambiamento, anche se sgradevole, anche se c’è da versare lacrime e sangue, alla fine accetta. Il governo Monti insegna.

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