Mafia: il vice capo della Polizia, un poliziotto, Calogero Mannino e una telefonata

In Sicilia e, poi, a Trapani non è una scena nuova. Non è leggenda la circostanza che un investigatore nel pieno di indagini si senta chiamare da superiori per sapere cosa stia facendo, o addirittura venga chiamato dallo stesso indagato che, opportunamente, lo consiglia di lasciar perdere. E’ quello che è accaduto nel tempo, per esempio, a due dirigenti della Squadra Mobile di Trapani in circostanze di tempo e di contenuto differenti ma poi mica tanto diverse, c’entra infatti la politica. Ma è successo. Accadde (anni ’80) a Giorgio Collura quando, nel suo ufficio di capo della Squadra Mobile di Trapani fu raggiunto, telefonicamente, dall’allora segretario provinciale della Dc, Francesco Spina che voleva sapere perché si interessava a lui e che forse avrebbe fatto bene a lasciare perdere. Collura non lo ascoltò e, però, in poco tempo, anche se per altre circostanze, si trovò travolto da uno scandalo, conobbe una ingiusta detenzione, dovette lasciare incarico e carriera, conclusa, dopo la giusta riabilitazione, senza però tante scuse, da dirigente della Polizia Stradale. Al suo successore accadde di peggio. Rino Germanà, dopo anche avere ricevuto l’invito di un politico, sul quale lui indagava, ad un incontro faccia a faccia, trovò un commando di super killer mafiosi sulla strada per casa. Le due vicende hanno per adesso solo una sequenza temporale, nessun contatto, ma vanno raccontate. Era il 14 settembre del 1992 e l’agguato scattò sul lungomare di Tonnarella, a Mazara del Vallo. A sparare con un kalanshikof furono Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano, erano su di una automobile guidata da Matteo Messina Denaro. Nel mirino, Rino Germanà, allora tornato a fare il dirigente del commissariato di Mazara, che rispondendo al fuoco e gettandosi in acqua, riuscì a sfuggire alla morte: erano i giorni delle stragi e Totò Riina aveva dato ordine ai capi mandamento, raccontano i pentiti, di togliersi le “spine”, e Germanà era uno di questi. Un altro doveva essere l’odierno vice questore vicario di Catania, Franco Misiti. Germanà e Misiti hanno avuto in comune alcune cose, come quelle di occuparsi di rapporti tra mafia, politica, massoneria. Un comune denominatore delle loro indagini è stato, tra gli altri, tal notaio Pietro Ferraro, nome ricorrente nelle indagini tra mafia, massoneria e politica. Ferraro che, così per dire di che si tratti, è socio nel villaggio turistico Kartibubbo costruito a Campobello di Mazara dal latitante Vito Roberto Palazzolo, o ancora lo si ritrova a fare da anello di collegamento con mafiosi mazaresi, oppure indicato come il personaggio che telefonò al presidente della Corte di Assise di Palermo, Salvatore Scaduti, raccomandando “a nome di un politico democristiano di area manniniana ma trombato”, gli imputati del processo per l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. Ecco quello che riguarda Germanà comincia proprio da questo momento.

Rino Germanà fino al 1991 era stato capo della Squadra Mobile di Trapani. C’era lui a Trapani quando nel 1988 uccisero Mauro Rostagno, fu lui il primo a indicare la pista mafiosa, ma il suo rapporto finì messo in disparte, ci sono voluti 23 anni per la magistratura antimafia si decidesse a riprenderlo in esame, potendo arrivare a fare quel processo che sembrava non si poteva più fare. Germanà è l’investigatore che aveva bene approfondito le radici che quella che oggi si chiama la nuova mafia, o la mafia sommersa, era riuscita a fare allungare nel territorio sin dagli anni ’80. Aveva puntato l’attenzione su banche e banchieri, sulla Banca Sicula della famiglia D’Alì, sulla famiglia più potente della mafia trapanese, quella dei Messina Denaro di Castelvetrano, aveva individuato gli imprenditori che erano tali perché intanto erano dei mafiosi ed erano parte della Cosa Nostra che Matteo Messina Denaro aveva creato dentro la Cosa Nostra già conosciuta, una mafia nella mafia che non aveva bisogno di riti, di punciuti o di santine da bruciare, ma solo di grande accondiscendenza e grandi complicità. Rapporti investigativi che scottano, che sono stati ripresi in esame dai suoi successori, uno di questi Giuseppe Linares tra gli anni 90 e fino all’anno scorso, da capo della Squadra Mobile approfondì quelle conoscenze investigative riuscendo a devastare lo scenario di commistioni vecchi e nuove, un lavoro di intelligence che però a stento ha ottenuto i meritati riconoscimenti,quasi che chi tocca quei fili se non muore, prende una forte scossa.

Quando nel 1991 Rino Germanà lascia la Squadra Mobile di Trapani, la sua destinazione è la Criminalpol siciliana. Sembra destinato a fare carriera. Non dovrebbe essere altrimenti. E invece accade che non solo fa marcia indietro, ma viene rimandato a fare il commissario a Mazara del Vallo, dove c’era stato prima di andare a dirigere la Squadra Mobile di Trapani, e quando liberamente circolavano vecchi e nuovi mafiosi, tutti liberi. Come se lì fosse stato mandato apposta a scontare “peccati”. Il 14 settembre del 1992 subisce l’agguato da parte di un efferato commando di killer mafiosi, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano. Riesce a salvarsi, ma quale giorno stesso il ministro dell’Interno Mancino lo fa subito allontanare, via da Mazara, dalla Sicilia, lontano da dove doveva morire. Scelta giusta ma il problema è che da quel momento è come se lui in quell’agguato fosse davvero morto, niente più indagini, niente più frontiera antimafia, finisce al posto di Polizia dell’aeroporto di Bologna. Ci vorranno anni perché torni in carriera, dapprima questore a Forlì oggi a Piacenza, ma lontano sempre dalla Sicilia, ancora oggi. Nelle scorse settimane Germanà è stato sentito dai pm di Palermo, Antonio Ingroia e Nino Di Matteo. La sua testimonianza è finita nel fascicolo che riguarda l’ex ministro Calogero Mannino, indagato per minaccia a corpo dello Stato. Non c’è alcun legame con l’attentato del 14 settembre 1992, e però……

Quando era alla Criminalpol, l’allora vice questore Rino Germanà ricevette una delega di indagini da parte della Procura di Marsala. Doveva indagare sul personaggio che attraverso il notaio Ferraro aveva fatto pressioni sul presidente della Corte di Assise che stava giudicando gli imputati dell’omicidio del capitano Basile. Germanà non impiegò molto tempo, saltò fuori il nome di Vincenzo Inzerillo, ex segretario particolare del ministro della Difesa Ruffini, e poi anche il nome del suo capo cordata, Calogero Mannino. Inzerillo e Mannino per altri fatti furono arrestati a distanza di poco tempo nel 1995. Mannino è uscito assolto, Inzerillo l’anno scorso dall’aula di Palazzo Madama, dove era entrato da senatore, è passato in cella, a scontare una condanna a 5 anni e 4 mesi. Le indagini nelle quali furono coinvolti non sono diverse da quelle che tra il 91 e il 92 svolgeva Germanà. Il vice questore si trovò dinanzi un contesto incredibile ma nemmeno nuovo per lui, mafia, massoneria, i grandi potentati. La Procura di Marsala chiese di approfondire il ruolo dell’on. Mannino e in pochi giorni Rino Germanà si vede convocato a Roma, al Viminale: il prefetto Luigi Rossi, capo della Criminalpol, vice capo della Polizia gli chiede proprio in modo diretto di quelle indagini che sta facendo su Mannino. Poche settimane dopo è il ministro Mannino a farsi direttamente avanti, lo contatta prima attraverso un suo parente e poi direttamente, lo vuole incontrare, ma Germanà rifiuta. Poche settimane ancora e dal Viminale arriva il trasferimento di Germanà, deve tornare a Mazara, a dirigere il commissariato. Il fascicolo con le indagini su Inzerillo e Mannino però non lo può portare appresso. Sono giorni terribili, a Mazara girano indisturbati i mafiosi più pericolosi, anche quelli che Germanà anni prima aveva denunciato e fatto arrestare. Mazara è un concentrato incredibile di connessioni tra mafia e massoneria, il notaio Ferraro e il senatore Inzerillo sono di casa. Quest’ultimo addirittura avrebbe partecipato ad un summit con Matteo Messina Denaro come raccontò il pentito Sinacori. Sono i giorni d’estate segnati dalle stragi e il 14 settembre 1992 diventa il giorno scelto per Germanà, l’ordine che Totò Riina ha impartito è chiaro, lo riferiscono i pentiti, “levatevi tutte le spine”, e il vice questore è a portata di mano dei killer.

Restò ferito di striscio, quel giorno stesso il ministro dell’Interno Mancino, che aveva da poco preso la poltrona che era stata di Enzo Scotti, lo fece portare via, di corsa, e in elicottero, dalla Sicilia. Lontano dalla Sicilia nello stesso momento finiva un grande patrimonio di conoscenza che per decenni, dopo quell’agguato di Mazara, il Viminale decise di non considerare, come se quel vice questore fosse davvero morto quel giorno sotto il piombo dei killer mafiosi. Germanà fu dirottato alla scientifica, andò a dirigere il commissariato presso l’aeroporto di Bologna, dovette attendere anni prima di tornare per così dire in auge, è stato questore a Forlì oggi è questore a Piacenza. La sua vicenda oggi viene riletta dalla magistratura palermitana. Il procuratore aggiunto Antonio Ingroia e il pm Nino Di Matteo lo hanno sentito ed è saltato fuori che tra un passo avanti e uno indietro (di carriera) il questore Germanà si era ritrovato a dovere rendere conto in quel tragico 1992 del perchè da capo della Criminalpol siciliana si stava interessando al ministro Calogero Mannino. Germanà da capo della Squadra Mobile di Trapani si ritrovò, dopo essere stato mandato alla Criminalpol siciliana, a fare un passo indietro, rispedito dal Viminale a fare il commissario, tornando a dirigere quello di Mazara del Vallo. A rendersi conto che quella non era una scelta giusta era stato Paolo Borsellino che pubblicamente disse che Germanà doveva essere trasferito a Palermo, per lavorare con lui che nel frattempo aveva lasciato la guida della Procura di Marsala ed era Procuratore aggiunto della Dda. Un trasferimento che non arrivò, arrivarono prima i killer, quelli che uccisero Borsellino, il 19 luglio 1992 e quelli che cercarono di fare la festa a Germanà il 14 settembre 1992. Durante il processo per il tentato omicidio (condannati sono stati i boss Riina, Bagarella, Graviano, Messina Denaro) i pm Ignazio De Francisci e Andrea Tarondo non mancarono di evidenziare la contraddizione “pesante” dello Stato, “pronto a piangere i suoi servitori uccisi dalla mafia, ma che dimentica coloro i quali sfuggono alla violenza”. Il giorno in cui i pm esposero la requisitoria nessuno degli imputati si presentò in aula. «Erano gli anni di una guerra – ricorda il pm Andrea Tarondo – e nel trapanese Cosa Nostra decide di muovere le prime pedine. Approfittando anche di uno Stato che si comporta in modo anomalo, che nel ’92 decide di fare indietreggiare nella carriera il vice questore Germanà e di riportarlo alla guida del commissariato di Mazara, per poi dimenticarsene quando sfugge ai sicari”.