Da Porta Portese ai negozi in conto vendita

(di Livia Parisi)

Cala il numero delle botteghe dell’usato, ma aumenta quello dei negozi in conto vendita: mentre i rigattieri spariscono dalla tracciabilità, sempre più italiani scoprono l’utilità di andare a rivendere oggetti, vestiti e libri che non utilizzano più: è stato un vero e proprio boom quello registrato, negli ultimi anni, da catene di negozi dell’usato in franchising che, con sedi sparse in tutta Italia, contribuiscono a rallentare il ritmo di saturazione delle nostre discariche. Eppure questi negozi pagano una tassa di smaltimento dei rifiuti uguale a quella di un supermercato di media distribuzione, con la differenza che l’immondizia non la producono ma la tolgono di mezzo.
In Italia infatti, la figura del commerciante dell’usato non esiste e manca una normativa volta ad aiutare un settore che, di conseguenza, vive per l’80-90% nel sommerso. Nonostante, infatti, la direttiva europea che stabilisce la precedenza del riutilizzo sul riciclo sia stata recepita in Italia nel dicembre 2010, mancano ancora, a riguardo, i decreti attuativi. E’ nata così, nel novembre 2011, la rete O.N.U. che riunisce oltre 10.000 Operatori Nazionali dell’Usato, ovvero svuotacantine, rigattieri, ferraiuoli, piccoli imprenditori, operatori di mercati dell’antiquariato e delle pulci. Tutti determinati a veder riconosciuta l’utilità sociale ed ecologica del lavoro da loro svolto.