Cave e cemento, le mani della ‘ndrangheta su Desio

(di Luca Rinaldi)
Percorrendo la Strada Statale del Lago di Como e dello Spluga, forse meglio conosciuta come SS36, e uscendo in direzione Desio, mentre si scende dalla rampa per proseguire verso il centro città, non si può non notare una distesa di sabbia. Sono circa 30mila metri quadrati, di sabbia. Almeno così sembra osservando dalla superficie.
La distesa di sabbia che si vede è invece il tappo di quella che a Desio è meglio conosciuta come la “cava della ’ndrangheta”. E per raccontare la storia criminale scritta, e da scrivere, a 15 chilometri da Arcore, partiamo da qui: via Molinara, Desio, Lombardia, anno di grazia 2008. La rivisitazione cinematografica del libro di Roberto Saviano, Gomorra, spopola nelle sale italiane. Anche al Nord. La maggior parte dei milanesi, e qui ci assicurano anche tanti cittadini della stessa Desio, non sanno che dalle loro parti stanno succedendo le stesse cose raccontate da Gomorra. Sostituire al posto di Napoli, Castelvolturno e Bagnoli, i più “bucolici” e un po’ bauscia, Desio, Seregno e Briosco e a Gomorra, un altro richiamo cinematografico: “Star Wars”, così viene ribattezzata l’operazione della polizia provinciale di Milano.
È qui, appena fuori la rampa della Strada Statale del Lago di Como, che una organizzazione criminale per mesi, dopo aver acquistato l’area da 30mila metri quadri, iniziò a utilizzarla come discarica abusiva. Sotto quel tappo di sabbia sarebbero finiti circa 160mila metri cubi di rifiuti di vario genere, anche pericolosi.
Per 10 mesi la polizia provinciale di Milano ha seguito le operazioni di sversamento dei rifiuti e la conseguente ricopertura della cava abusiva, dove, dulcis in fundo, l’organizzazione criminale progettava nuove edificazioni sopra fondamenta di rifiuti tossici e nocivi interrati in buche profonde dieci metri e larghe cinquanta. Per mesi qui, con mezzi rubati, sono arrivate le spazzature e i rifiuti nocivi del circondario e interrati durante la notte da uomini retribuiti e foraggiati per sostenere i ritmi di lavoro con sostanze stupefacenti. La cocaina, scrivono gli uomini della polizia provinciale veniva «a volte utilizzata per sostenere il lavoro notturno e somministrata dai capi ai lavoranti. La sostanza chiamata in gergo “vitamina” o “grappino”, spesso era usata come merce di scambio per il pagamento di mezzi d’opera e prestazioni lavorative».
Vengono arrestate otto persone e indagate venti. È l’epilogo dell’operazione denominata “Star Wars”. Nella rete degli investigatori cade anche il superlatitante Fortunato Stillitano, con precedenti per associazione mafiosa e già sottoposto in passato al carcere duro. Stillitano è ritenuto organico alla cosca Iamonte di Melito Porto Salvo, cosca che a Desio, insieme ai Moscato ha operato uno dei trapianti meglio riusciti della ’ndrangheta in trasferta tra le nebbie della val padana e nella verde Brianza. Le accuse contestate agli arrestati sono di traffico illecito di rifiuti, furto, ricettazione e incendio doloso. Il 23 aprile 2009 patteggiano quasi tutti, con condanne che vanno da 1 anno e 6 mesi a 4 anni.
Quel trapianto riuscito alla perfezione, si direbbe “chirurgico”, si avvale si della forza dell’intimidazione del clan, ma anche della permeabilità della politica e di una ragnatela di nomi, cognomi e aziende che tornano e ritornano nei lavori pubblici, nella politica e purtroppo anche nelle inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano.
Poco distante dal tappo di sabbia che seppellisce la discarica abusiva di Stillitano & Co. si trova via Pietro Dolci. In via Dolci è domiciliato Salvatore Strangio, ed è proprio dal suo domicilio che si sarebbero iniziate a costruire le premesse per approcciare Massimo Ponzoni quando questi era ancora assessore all’ambiente della Regione Lombardia in quota Formigoni, poi arrestato per corruzione nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento dell’immobiliare “Il Pellicano” insieme ad altri nomi che ricorrono nella rete di relazioni della ’ndrangheta. E sempre da qui lo stesso Strangio inizia a coordinare l’assalto alla ditta Perego Strade, che intanto stringeva rapporti con la Compagnia delle Opere e vinceva appalti per la costruzione delle nuove strade lombarde.
Per arrivare alla storia criminale odierna di questa città della Brianza di circa 40mila anime occorre tornare agli anni ’70. Qui la cosca Iamonte-Moscato di Melito di Porto Salvo, presente fin dai primi anni ’70, riferiscono gli investigatori, ha visto nel tempo lievitare gli interessi tra politica, commercio e immobiliari. Se il capocosca Natale Moscato arrivò in Brianza al confino, nel 1990 il nipote Moscato Annunziato Giuseppe veniva eletto consigliere comunale a Cesano Maderno nelle liste del Psi. Nel 1994, Moscato veniva arrestato per associazione a delinquere di stampo mafioso. Moscato venne assolto nel processo scaturito da quell’arresto, ma vede le manette scattare di nuovo ai suoi polsi nel corso della maxi-operazione “Infinito” nel luglio 2010. A sua volta, è ritenuto dagli investigatori capo della Locale di Desio e questa volta viene condannato a 11 anni di reclusione nel rito abbreviato del processo scaturito dalla stessa operazione.
Una storia criminale lunga decenni che ha lasciato il segno sulla zona dove operava quello che le inchieste hanno ribattezzato il “gruppo Desio”, ovvero la locale (cellula criminale strutturata) di Desio. Nella disponibilità del sodalizio criminale c’è di tutto, per giunta proprio in città. In periferia, in via Salvo D’Acquisto si trovava all’interno di un’area nella disponibilità di una ditta di termoidraulica un anonimo container blu. Quando il 30 dicembre del 2008, in seguito ad alcune intercettazioni telefoniche, parte la perquisizione, gli uomini del Comando di Desio ritrovano in quel container un vero e proprio arsenale. Mitragliatori, pistole, cartucce e persino saponette esplosive. Subito dopo la ’ndrangheta a Desio torna a farsi sentire con usure, danneggiamenti e “spaccate” alle vetrine di alcune esercizi commerciali. Arriva un sequestro di persona, e capita anche che il settore degli autotrasporti e il controllo del gasolio per i mezzi delle aziende arrivi in mano a tale Pio Candeloro, organico alla cosca insediata a Desio e oggi a giudizio nel processo con rito ordinario scaturito proprio dagli arresti del luglio 2010. «Tu gasolio – dice al telefono Pio Candeloro intercettato durante l’inchiesta – non ne porti da nessuna parte, tutto quello che c’è me lo prendo io, gli ho detto, tu qua nelle zone gasolio non ne porti», per poi intimare a un padroncino locale «tutto il gasolio che hai nelle mani deve passare prima dalle mie mani, se no tu qua ai miei paesani non gli dai niente a nessuno». Pena l’incendio a uno dei mezzi.

(pubblicato su www.linkiesta.it e su lucarinaldi.blogspot.com)